N. P. Banana Yoshimoto

N. P., di Banana Yoshimoto


Banana Yoshimoto, pseudonimo di Mahoko Yoshimoto è una scrittrice giapponese, figlia d’arte: suo padre è Takaaki Yoshimoto noto anche come Ryūmei Yoshimoto, uno dei più importanti e famosi filosofi e critici giapponesi degli anni sessanta, e sua sorella, Haruno Yoiko, è una conosciuta disegnatrice di anime giapponesi.

Poco più giovane di me, Banana Yoshimoto è del ’64, è una scrittrice pop, conosciutissima nel mondo occidentale, amatissima dagli italiani, considerata da alcuni leggera, persino triviale. Sicuramente l’opera di Banana Yoshimoto non è rappresentativa del Giappone conosciuto in Occidente attraverso le penne di scrittori maschi. Sarà un caso? Lasciando da parte il silenzio millenario femminile, forse nella cultura giapponese la voce donna è ancora più invischiata e relegata in zone specifiche al di fuori delle quali la libertà di espressione appartiene solo al mondo maschile. Se geisha, va bene, se moglie, va bene, se sacerdotessa va bene, se scrittrice no.

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Molto controversa in Patria, Banana Yoshimoto è criticata soprattutto per aver portato nella letteratura giapponese il mondo di oggi, fatto di famiglie sgretolate, di personaggi borderline, di sbandati, trans, gay, tossici e alcolisti. Un mondo che ci offre senza giudizi morali con la leggerezza di un sorriso e con la scioltezza che si chiama donna. Credo siano queste le motivazioni per cui è stata facilmente etichettata come autrice di romanzi popolari, per le masse e di poco spessore.

 

 

Al di là del fatto che uscire dalle librerie delle élite, lo considero un pregio, riuscire a piacere alle folle è una pacchia, se non altro economicamente, sogno di tutti gli scrittori e comunque non alla portata di tutti. Se poi, ci vengono in mente certi scrittori inglesi o francesi dei secoli scorsi, ricordiamoci che hanno fatto altrettanto: hanno inserito nella letteratura borghese dell’epoca le storie dei più poveri ed emarginati della società. Oggigiorno, Victor Hugo, Charles Dickens, Georges Sand parlerebbero nei loro romanzi con le stesse parole di Banana Yoshimoto.

Ecco le parole. Vi è un fascino nelle parole che aumenta se le parole vengono tradotte, trasportate non solo da una lingua all’altra, ma a voce, da una persona all’altra. Questa è una visione poetica della comunicazione fra persone intorno alla quale ruotano tutte le vicende narrate in “N. P.”, titolo del romanzo di Banana Yoshimoto che ho letto in questi giorni. Fra i tanti romanzi forse nemmeno il più bello. Però enigmatico, affascinante, maledetto e allo stesso tempo capace di riscatto.

 

È il titolo di una canzone di Mike Oldfield cantata da Anita Hagerland, del 1987. La canzone fa parte dell’album dal titolo “Islands”, di cui esiste anche una versione video. Il testo della canzone parla di una prigione, di separazione e di un luogo-non luogo dove la relazione è vietata e sembra non ci sia speranza. Poi all’improvviso sorge un nuovo giorno e si apre la porta del luogo chiuso e compaiono le stelle e nuove vie di salvezza e redenzione. Non so se Banana Yoshimoto ha intitolato il libro pensando al testo della canzone o al mondo evocato dalla musica e dalle immagini di Mike Oldfield, ad ogni modo ci sono in nuce i suoi mondi. Le tematiche a lei care. La difficoltà di relazione, vite problematiche, sbandate, ai limiti dell’accettazione delle regole sociali, delle leggi, le maledizioni, la morte, la fine, ma poi tutt’a un tratto nel quotidiano accade qualcosa che implica una rinascita, una resurrezione, la possibilità di vivere ancora.

 

Nonostante le insidie della vita, esiste in noi una forza più forte. Capace di farci amare la vita nonostante tutto. “N. P.” del thriller ha quel ché di suspense che ti tiene legato alla storia, del noir direi che ha ben poco, perché i personaggi sono buoni, spinti da sentimenti veri, appena turbati da una vita di stenti e maledetta. Dove? Il luogo è importante? Giappone o America? Oriente o Occidente? Scontro di culture e di pensieri, dove le parole si comportano in maniera diversa, perché sono le persone che abitano i luoghi e i racconti.

Persone vere. Questo libro è un libro di persone vere. Se scendiamo, per strada, possiamo incontrarne i protagonisti. Sono facce che tranquillamente fanno parte del nostro quotidiano. Kazami, la protagonista è una giovane studentessa giapponese. Da piccola quando i suoi genitori si separano per tanto tempo perderà l’uso della parola, e l’assenza della voce diventerà uno step iniziatico alla scoperta di nuove verità: «a forza di non esprimere questi pensieri a voce, ebbe inizio una sottile trasformazione, i colori che si irradiano dietro le parole cominciarono a diventare visibili.» (p.25). Di nuovi orizzonti che la porteranno a sviluppare un profondo amore per le parole: «per la prima volta provai interesse per le parole, queste cose che si dileguano nel momento stesso che vengono espresse.

 

Strumenti che contengono allo stesso tempo l’attimo e l’eternità.» (p.25) Amore che le restituisce “la guarigione” e cioè la facoltà di parlare. Kazami, adolescente s’innamora di Shoji, di 17 anni più grande di lei, che morirà suicida, forse succube di una maledizione. Shoji prima di togliersi la vita stava traducendo il racconto inedito n. 98 dello scrittore Takase, morto anche lui suicida. Successivamente Kazami conosce i figli di Takase, i due gemelli, lo splendido Otohiko e l’affascinante Saki. A completare le nuove amicizie, compare Sui, figlia illegittima di Takase, nonché fidanzata di Otohiko.

Una maledizione sembra avvolgere la vita di tutti questi personaggi, il presagio della morte si aggira nel loro quotidiano. Ma la vita avrà il sopravvento. La maledizione, la magia nera dell’incantesimo si rompe quando la vita si manifesta in maniera brutale e naturale: con la sua ossessiva ripetitività nel tempo: gravidanza, nascita, vita, morte. Una vita che ha capacità di riscatto anche se si annida nell’incesto e nella avventatezza. Yoshimoto ci tiene a ribadire che siamo tutti figli della vita, anche se la vita è fatta di povertà e mancanza di moralità.

 

Quella storia lì è la storia cucita addosso, la trama del tessuto, il filo che si srotola nei secoli, a penetrare l’animo eterno che tutto include e in tutti si manifesta. Un racconto fatto di parole che vanno oltre i corpi cremati, come quello di Shoji, di cui Kazami recupera un osso sfuggito alle ceneri, oltre la geografia, Giappone o America, oltre le lingue, inglese o giapponese, oltre la traduzione, oltre l’intuizione. Alla domanda di Kazami: «forse non ho capito bene, ma la ‘cosa’ sarebbe il potere di quel racconto? Il genio di tuo padre?», Sui risponde: «No. Mio padre era solo un involucro. Un vagabondo giapponese che aveva abbandonato il suo paese. Quella cosa lo aveva posseduto.

E anche dopo la sua morte non è finita.» (p.115) Già, oltre la traduzione inedita di Shoji, oltre il racconto 99- inedito pure quello – in possesso di Sui dove Takase tentava di uscire dalla maledizione rinnegando le sue scelte e rientrando negli schemi convenzionali, oltre la vita che continua: «e qualcosa di molto simile avvolgeva i figli di Takase, la malinconia di un tramonto luminoso. Forse il riverbero del genio che scorreva nel sangue e che né giovinezza né allegria potevano spegnere.» (p.13). Ma non sarà nemmeno il racconto n. 100 che scriverà Kazami a chiudere il cerchio! Piuttosto il figlio di Sui! Sì, è vero, è figlio di una maledizione, è il frutto proibito di un incesto, però è portatore del ‘riverbero del genio’. Il riflesso delle parole che escono dagli schemi, che possono essere comprese e amate nella loro esplosiva potenzialità solo in presenza e con l’esperienza. Amici miei, che dire, volete fare una bella esperienza? Leggetevi “N. P.” (se ancora non l’avete fatto). E poi scendete in strada a cercare le parole vere che costituiscono questo romanzo.

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