UNA QUESTIONE PRIVATA Beppe Fenoglio

UNA QUESTIONE PRIVATA, di Beppe Fenoglio

“Fulvia, Fulvia, amore mio. Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto… Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come mai e mi son visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso.”

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Nel 1944 Milton ha vent’anni, partigiano militante nelle formazioni badogliane.
Sono gli anni finali della Seconda guerra mondiale.
E’ in ricognizione con il compagno di brigata Ivan quando, nella cittadina di Alba, si ritrova davanti la villa di Fulvia. Il suo grande, segreto amore, una bella e giovane ragazza torinese di buona famiglia, sfollata per qualche tempo ad Alba da Torino.

“Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo.”

 

 

La dolorosa scoperta. Mentre nell’estate del 1943 lui partiva come partigiano, segretamente Fulvia e Giorgio si sono frequentati a lungo.

Milton, Giorgio, Fulvia.
Loro ricchi e belli.

Milton “i pugni serrati nelle tasche per tendere il calzone e mascherare la piattezza delle cosce, senza i soldi per pagarsi una bibita e darsi un contegno sorseggiandola…”
Milton e Giorgio, “quante volte, dormendo nelle stalle, si erano stesi l’uno accanto all’altro, stretti l’uno contro l’altro, in una intimità la cui iniziativa partiva sempre da Giorgio. Siccome Milton dormiva d’abitudine ricurvo a mezzaluna, Giorgio aspettava che si fosse sistemato e poi gli si stringeva e adattava, come in un’amaca orizzontale. E quante volte, svegliatosi prima, Milton aveva avuto tutto l’agio di considerare il corpo di Giorgio, la sua pelle, il suo pelo…”

Le vicende di uno diventano le vicissitudini di tutti. Attraverso il lungo e faticoso cammino di Milton, che, ossessionato dalla ricerca della verità, ritornerà alla villa, conosciamo la fame, il freddo, la nebbia. La pioggia che infradicia le divise e le teste. Il fango che attanaglia le caviglie.

 

Ce lo immaginiamo fatto di fango dentro e fuori. Un corpo completamente nascosto dal fango che avanza, che si nasconde, che scappa, che si piega e si rialza.
Che uccide.

Mi fa tenerezza Milton, ma anche un po’ rabbia la sua assurda ostinazione, il suo non abbandonarsi se non alla contemplazione, quando avrebbe potuto invece assaporare l’istante che intanto svaniva.

Un romanzo “breve” ma stancante. Avrei potuto terminarlo in un giorno, ma l’ho sentito faticoso nei contenuti e nelle ambientazioni. Quasi scarno, privo di minuziosi dettagli, l’autore non si sofferma mai lungamente in una descrizione di un luogo o di un sentimento, non nel modo in cui io mi sarei aspettata. Ho sofferto a procedere nella lettura.

Una vicenda personale, di amore e di verità, mentre tutto intorno è guerra e istinto di sopravvivenza.
E Milton?

 

Il finale non è importante, è sempre solo l’inizio della fine.

“Tu non devi saper niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti.”

Recensione di Mariangela Aurilia

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