UN FUOCO CHE TI BRUCIA DENTRO Paula Hawkins

UN FUOCO CHE TI BRUCIA DENTRO, di Paula Hawkins (Piemme – agosto 2021)

 

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Quando ho visto questo titolo in libreria, vedendo che è stato scritto da colei che ha scritto “La ragazza de treno”, ho deciso di prenderlo al volo. Avevo visto il film, mi era piaciuto moltissimo, e stavo anche meditando di prendere il libro per leggerlo. Non credo che lo farò, “Un fuoco che brucia lento” è un libro per certi versi interessante, ma non mi ha mai coinvolto particolarmente. Il discorso è un po’ più complesso di così, per cui cercherò di essere più oggettivo possibile.

Parliamo di un volume di 310 pagine, quindi abbastanza sottile, e la cui caratteristica principale è avere i bordi delle pagine colorate di arancione, creando così un contrato cromatico molto particolare con la copertina scura. La storia è divisa in tanti capitoli abbastanza brevi, tutti raccontati in terza persona al passato remoto, tranne alcuni, brevissimi, che sono una sorta di “libro nel libro”, stampati in corsivo per rimarcare che sono un’altra cosa.

Detta così potrebbe sembrare interessante. C’è però da dire che sto arrivando da “Billy Summers” di King, di cui ho parlato qui da poco, e non è l’unica similitudine che ho trovato nello stile. Per esempio, un uso molto esteso di intrecci fra i personaggi, brevi divagazioni nelle narrazioni, parecchie parentesi, tanto che, più di una volta, ho avuto l’impressione di leggere un ghost writer di King. Purtroppo, o per fortuna, Stephen King è Stephen King, e se lui ha anni di esperienza con questo format e ha ampiamente dimostrato di saperlo maneggiare bene, Paula Hawkins a mio avviso, no.

Non che abbia fatto un lavoro orribile comunque, probabilmente il prossimo le riuscirà meglio, ma questo mi ha dato proprio l’impressione di essere inutilmente troppo complicato, e con alcune scelte narrative nella trama che non mi paiono così verosimili. E anche lo stile “kinghiano” è troppo evidente. Intendo dire, va bene ispirarsi, si tende sempre a prendere esempio dai migliori, ma qui la sensazione di déjà-vu è sempre troppo presente, soprattutto avendo appena finito un “originale”.

Comunque, la storia ruota intorno al ritrovamento di un ragazzo ucciso su una house boat ormeggiata sul Tamigi. La donna che l’ha trovato, l’occupante di una house boat simile, si rivelerà essere presto una tessera fondamentale del puzzle che vede coinvolti anche la zia della vittima, suo marito, e la donna con cui la vittima aveva passato l’ultima notte. Ognuno dei personaggi, principali e secondari, ha un passato piuttosto ingombrante, e sebbene io sia ben cosciente che la vita non è mai rose e fiori, qui le tribolazioni interiori sono troppe e troppo concentrate per essere verosimili.

L’autrice ha voluto confezionare una storia basata sui rancori e sulle vendette, cosa che ci sta benissimo, ma, sempre secondo il mio parere, ha ecceduto con gli intrecci, i pregressi psicologici, e soprattutto nell’usare uno stile di scrittura che è difficilissimo da maneggiare. La cosa divertente è che fa dire a uno dei suoi personaggi una battuta critica in merito a un altro stile narrativo abbastanza usato, quello del continuo andare avanti e indietro nel tempo. Cosa che, a onor del vero, ogni tanto fa anche lei.

“Solo un indovino potrebbe prevedere il finale” chiosa il New York Times sulla copertina posteriore, ed è vero, perché la situazione è talmente ingarbugliata che quando la matassa viene finalmente dipanata, non hai quella reazione estatica e meravigliata tipica del “OH! Ma guarda!”, ma il tuo pensiero è un sonnolento: “Mah… Sarà?” C’è anche da dire che alla soluzione non ci arrivi correndo a perdifiato perché vuoi vedere assolutamente come va a finire perdendoci delle ore di sonno, ma con una sorta di placida rassegnazione al fatto che hai perso tempo fino a quel momento, e sei blandamente curioso di vedere come avrà intenzione di uscirne la Hawkins.

Ora, il motivo principale di tanto disappunto potrebbe benissimo risiedere nel fatto che avendo appena finito un capolavoro di Stephen King, il vederne riprese -male- tante soluzioni, ha inciso molto nel formarsi dell’opinione. Magari un’altra persona che non conosce King potrebbe pensarla diversamente, ma secondo me è una bella idea sviluppata male.

Recensione di Mitia Bertani

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