UN BUON POSTO IN CUI FERMARSI Matteo Bussola

UN BUON POSTO IN CUI FERMARSI, di Matteo Bussola (Einaudi – giugno 2023)

 

Recensione 1

L’esempio e il silenzio sono le migliori lezioni che puoi impartire a un figlio.

Comincio subito col dire che a me Bussola piace un sacco: come scrittore e come uomo. Lo leggo, lo seguo, mi piace proprio. Poi ho una passione per le copertine dei suoi libri…sono da collezione per me.

Ma non divaghiamo.

Parliamo del libro.

Ho ripreso a leggere spedita e ne sono felice, i libri sono il termometro del mio status, non solo emotivo.

Ho finito Un buon posto in cui fermarsi edito da Einaudi.

Ci sono libri che non si leggono una volta sola: si vanno a cercare.

Un buon posto in cui fermarsi di Matteo Bussola è uno di quelli. Ogni tanto ho bisogno delle sue parole, del modo in cui sa stare dentro le vite degli altri senza invaderle, e allora torno da lui. Perché Bussola scrive bene, sì, ma soprattutto scrive con verità.

Questa è una raccolta di racconti con cui Bussola ci accompagna nelle esistenze di uomini molto diversi tra loro per età, storie, desideri e ferite. Uomini che non hanno nulla di eroico e proprio per questo risultano profondamente riconoscibili. Sono uomini che, a un certo punto, si fermano: non per arrendersi ma per guardarsi davvero.

È proprio in quella pausa che avviene qualcosa di decisivo.

La fragilità maschile è il cuore del libro, e quello che ho molto apprezzato è che non viene mai esibita o spiegata: emerge nei silenzi, nei dialoghi asciutti, nei pensieri non detti. Bussola racconta il peso delle aspettative, il disagio di chi sente di dover essere “qualcosa” per forza, la fatica di riconoscere i propri limiti senza viverli come un fallimento. E lo fa senza giudicare, senza semplificare, senza retorica.

Ogni racconto ruota attorno a un momento preciso: una scelta rimandata troppo a lungo, una consapevolezza che arriva all’improvviso, una crepa nella routine quotidiana da cui entra una possibilità nuova. A volte è una relazione che chiede di essere ripensata, altre volte è il rapporto con il proprio corpo, con la paternità, con il lavoro, con la legge, con il passato. Non sempre c’è una soluzione, c’è quasi sempre un movimento, un passo avanti rispetto all’immobilità iniziale.

Da lettrice mi ha colpito molto lo spazio dato anche ai più giovani, al loro sentirsi fuori posto, soli, inascoltati. Bussola non parla di loro dall’alto, lascia che siano le storie a parlare, mostrando quanto sia difficile chiedere aiuto quando non si hanno ancora le parole giuste. Ed è proprio per questo che credo che questo libro dovrebbe essere letto dai ragazzi: perché non offre risposte preconfezionate ma dice chiaramente che non sei sbagliato se fai fatica e che non sei l’unico a sentirti così.

La scrittura è leggera solo in apparenza: poche frasi bastano a creare un mondo, e una volta entrati non si esce mai del tutto indenni. Bussola di fatto viene dal fumetto e si sente: ogni scena è essenziale, ogni dialogo è calibrato, ogni dettaglio ha un peso. Anche la natura, che apre e chiude il libro, diventa metafora di cura, di attesa, di crescita lenta ma possibile.

C’è chi ha definito questi protagonisti “uomini fragili”, io preferisco vederli come uomini veri. Uomini che smettono di indossare una maschera che non li rappresenta più e, così facendo, diventano anche uomini più liberi. Perché il coraggio non sta nel resistere a tutto, ma nel permettersi di cambiare.

Un buon posto in cui fermarsi non parla solo agli uomini, né solo alle donne: parla a chiunque senta il bisogno di essere se stesso senza doversi giustificare.

È un libro che sussurra eppure il messaggio arriva forte e chiaro: non abbiate paura di ciò che siete, non siete soli. Ed è per questo che, ogni tanto, torno a cercare le parole di Matteo Bussola.

Chiudo con una frase del libro che nella semplicità regala una forza unica:

“La vita non è una montagna da scalare, un treno da non perdere, un obiettivo da centrare, ma è una piccola stanza da arredare con cura. Non è una cima da raggiungere a tutti i costi, è la scelta di un buon posto in cui fermarsi”.

Consigliato!

Recensione di Maria Elena Bianco

Recensione 2

“Sono rimasto lì, steso nell’erba, prosciutto morbido fra le mie due fette di crosta dura, sentendo le loro mani che si stringevano sulla mia pancia, e ho sorriso anche se mi sentivo le labbra calde e gonfie, e la faccia bagnata, e ho pensato che non te lo dicono che anche cadere può essere bello, che non ricordavo di essere mi stato così felice.”

Se avete letto e amato “Il rosmarino non conosce l’inverno” non potete non leggere “Un buon posto in cui fermarsi”.

15 racconti, 15 storie, narrate da una prospettiva, questa volta, maschile.

Racconti e storie che fanno dimenticare gli stereotipi machisti e svelano, invece, la realtà del quotidiano, fatta di scelte destinate a coinvolgere gli altri e, talvolta, a fare la differenza, nel bene o nel male.

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Bussola stupisce ancora una volta per la delicatezza e l’empatia di cui si dimostra capace.

Con una narrazione fluida e mai pretenziosa, attraversa il mondo delle emozioni nella sua interezza, con garbo e cura, senza giudizio sempre con grande rispetto.

Che si tratti di genitorialità, di rapporti di coppia, di disagi adolescenziali, Matteo Bussola ci consegna il ritratto di uomini alle prese con le loro fragilità, con i desideri, con le frustrazioni, con i limiti della malattia, propria o dei propri cari. Uomini che, talvolta, per un amore più grande devono rinunciare a qualcosa, devono cambiare. E questo cambiamento coraggioso si trasforma in una scelta di felicità.

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Anche questa volta c’è un filo comune a tutte le storie.

Una linea che idealmente compie il suo giro per poi ricongiungersi là dove ha avuto inizio. Come in un cerchio.

I più attenti potranno obiettare che il cerchio non ha davvero un inizio ed una fine. Ed è così.

Proprio per questo, ad un certo punto tra le storie, incontriamo “Il rosmarino”.

È come se l’autore dicesse: ricordate dove eravamo? Siamo ancora qui, solo stiamo guardando da un’altra prospettiva.

Perché uomini e donne, in fondo, non sono altro che puntini dello stesso cerchio. E non c’è un inizio o una fine. C’è l’appartenenza, e l’empatia, e la solidarietà. C’è la consapevolezza che tutte le vite sono legate, anche quando, dalle nostre prospettive minuscole, non sappiamo vederlo.

Bravo, Bussola.

Recensione di Paola Greco

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