THÉRÈSE DESQUEYROUX François Mauriac

THÉRÈSE DESQUEYROUX François Mauriac

THÉRÈSE DESQUEYROUX, di François Mauriac


“Thérèse Desqueyroux” è un romanzo di François Mauriac del 1927. In Italia il libro è stato proposto nel 1935, nella traduzione di Enrico Piceni, con il titolo “I due romanzi di Teresa Desqueyroux”, che proponeva episodi successivi. Enrico Piceni, grande critico, pittore oltreché traduttore, noto per aver avuto l’idea di chiamare “gialli” i generi polizieschi, restituisce il titolo originale al romanzo nel 1982. La traduzione qui proposta è della triestina Laura Frausin Guarino, che ha tradotto per Mondadori, Bompiani, Feltrinelli, Adelphi.

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Il romanzo ha ispirato la commedia in tre atti di Diego Fabbri (1961). In italiano il lavoro è stato rappresentato da Giorgio Albertazzi, regia, con Anna Proclemer nella parte di Teresa. Esistono due film che hanno dato due bellissimi volti alla Thérèse di Mauriac: Emmanuelle Riva con la regia di Georges Franju (1962) e Audrey Tautou con la regia di Claude Miller (2012).

È stato considerato da molti accademici tra i 12 più grandi romanzi della prima metà del secolo, s’inspira a una storia vera, quella di Henriette Canaly, che nel 1905 fu accusata di aver voluto avvelenare il marito. François Mauriac è uno scrittore francese oggi, purtroppo, dimenticato. Eppure è stato, per più di cinquant’anni, in un’epoca cruciale che va dagli anni ’20 alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, uno degli intellettuali francesi più conosciuti e influenti.

 

Cattolico, si schierò contro il franchismo in Spagna e la Repubblica di Vichy, e nel dopoguerra condannò il colonialismo francese e la repressione in Algeria. Nel 1952 gli fu attribuito il Premio Nobel. Il suo cattolicesimo “eretico” non piaceva né a “destra” né a “sinistra”: famose al riguardo le parole di Sartre, che lo riteneva poco credibile come ricco censore della classe a cui apparteneva.

“Thérèse Desqueyroux” inizia al momento della dichiarazione del non luogo a procedere da parte del giudice; seguiamo la protagonista che viene brutalmente messa in macchina da un padre scandalizzato, nel suo viaggio di ritorno verso casa. Il tragitto, offre al lettore il paesaggio dei pini e delle lande, della foschia e delle tenebre; al contempo un ampio flashback reso attraverso le riflessioni dell’imputata scagionata. Ripercorre la sua vita, dalla sua infanzia al matrimonio, dalla vita coniugale al tentato avvelenamento, e ciò che accade in conseguenza di quel gesto.

 

La protagonista si presenta al lettore, il quale si aspetta che lei riveli le motivazioni del suo gesto, ma lei non affronta l’argomento. Probabilmente non c’è una ragione, Thérèse decide infatti quasi casualmente di avvelenarlo, e nel colloquio finale con il marito, ad una precisa domanda di quest’ultimo, Thérèse risponde: «Stavo per risponderti. Non so perché l’ho fatto». Se allora non c’è un motivo contingente che spinge Thérèse, quali sono le cause profonde del suo gesto? È questo il grande interrogativo che Mauriac pone, ed è anche quello la cui risposta va ricercata nell’intera vicenda narrata, ed in particolare nella prima parte in cui la protagonista racconta sé stessa. La risposta risulta abbastanza sorprendente per uno scrittore profondamente cattolico come Mauriac: la causa del gesto di Thérèse è la famiglia, i rapporti sociali ed umani che si instaurano all’interno dell’istituzione che la chiesa cattolica (e non solo) considera il pilastro dell’ordine morale e sociale.

 

La vicenda è ambientata nella profonda provincia francese, le lande rimboschite con pini neri a sud di Bordeaux, dove si svolgeva la caccia ai colombacci. La solitudine, l’atmosfera soffocante di una famiglia per bene di campagna è resa da quest’ambientazione isolata, dove il caldo estivo provoca incendi, dove il silenzio opprimente dell’autunno rende quasi un dolce sentire l’incessante lamento dei pini. Thérèse è figlia di un notabile locale, è sin da piccola uno spirito indipendente, le piace leggere e stare da sola. «Che importa amare questo o quel paese, i pini o gli aceri, l’oceano o la pianura?» Thérèse, rimane sempre padrona della situazione, suo marito non riesce a sostenere il suo sguardo che dimostra la forza del suo carattere. Il narratore sottolinea la capacità di riflessione e di autoanalisi di Thérése, valorizzando la sua intelligenza. Nonostante tutto, rimane un personaggio umano capace di provare dei sentimenti diversi. Inizialmente prova un sentimento di paralisi, d’insabbiamento.

Cerca di sfuggire a questo stato d’animo aspirando alla meditazione, alla ricerca di un Dio, al tentativo di farsi perdonare. Bernard non solo non perdona sua moglie, ma non la capisce affatto, mentre lei lo capisce, e lo perdona. Lei si rende conto che Bernard non ha gli strumenti per il processo inverso: per penetrare il suo mondo complesso, poiché cerca di decidere della sua sorte e ridurla a una dimensione che gli appartiene in quanto lei è sua moglie. Rimarrà incastrato nel suo ruolo di marito, anche se alla fine le donerà la libertà, dimostrando di essere cresciuto un po’ anche lui, pur tuttavia senza mai mettere in discussione il suo mondo di ricco contadino fatto di pregiudizi, ignoranza e ottusità.


Intenso, delicato, scritto con eleganza e stile, “Thérèse Desqueyroux” è un romanzo psicologico attualissimo dove le ragioni del cuore non sono le ragioni del pensiero dominante della società circostante e dove la natura ha un ruolo determinante nella scelta che faranno i protagonisti nel loro agire e divenire.

I consigli de lCaffè Letterario Le Murate Firenzedi Sylvia Zanotto

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