STORIA DI UNA BALENA BIANCA RACCONTATA DA LEI STESSA Luis Sepúlveda

STORIA DI UNA BALENA BIANCA RACCONTATA DA LEI STESSA, di Luis Sepúlveda

“ Io, la maledizione che li avrebbe perseguitati senza tregua.
Io, la forza di chi non ha più nulla da perdere.
Io, l’implacabile giustizia del mare.”

 

STORIA DI UNA BALENA BIANCA RACCONTATA DA LEI STESSA, di Luis Sepùlveda Recensioni Libri e news

In “Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa” (Guanda 2018) Luis Sepùlveda rivisita il mito di Moby Dick, la balena bianca raccontata da Herman Melville ( a sua volta ispiratosi alle vicende della nave Essex, affondata da un capodoglio nel 1820) dal punto di vista non dei balenieri ma della balena stessa. Come sempre ci ha abituato questo scrittore, dolorosamente scomparso nel 2020 a causa dell’epidemia globale di Covid19, la sua favola non è solo per bambini ma anche e soprattutto per gli adulti, per tutti quelli che riescono a sentire la voce del mare e della natura così spesso violentata da chi dovrebbe preservarla e custodirla con amore e rispetto.

 

 

E’ il 2014 e nella spiaggia di Puerto Montt, nel sud del Cile, un piccolo capodoglio si è arenato sulla battigia. Un uomo e un bambino osservano straziati la scena di quella morte. Il bambino porge all’uomo una conchiglie e questi l’accosta all’orecchio e, attraverso il rumore del mare che gli giunge, sente una voce che gli racconterà la storia antica di una vita profonda come l’oceano, magica e pura, lacerata dalla bramosia predatoria degli uomini.

E’ la voce di Mocha Dick, un enorme capodoglio color della luna, vissuto tanti anni prima, nel 1800, profondamente legato ai “lafkenche, la Gente del Mare. A lui è stato affidato il compito di scortare le ultime quattro vecchi balene, le “trempulkawe”, che accompagnano i morti verso l’isola di Mocha nel loro ultimo viaggio, perché possano attendere in quel luogo il riunirsi di tutto il loro popolo in una nuova dimensione.

 

 

Il grande capodoglio ha sempre osservato gli uomini, all’inizio stupito dalla loro tenacia nel voler a tutti i costi dominare le onde per navigare sempre più lontano, poi deluso dai loro comportamenti come specie che è l’unica in natura ad attaccare i propri simili e infine sconvolto dalla loro avidità e cupidigia che esercitano nel voler depredare la natura con irriverente furia distruttiva. Le ferite inferte con malvagità a quel placido e gigantesco animale, capace di contemplare le stelle e gli abissi con occhio poetico e gentile, immerso in un mondo dove tutto va come dovrebbe andare, scateneranno in lui il furore e la rabbia di chi, dopo essere stato privato di tutto, ormai non ha più niente da perdere.

 

 

Con la sua forza devastante acquisterà tra gli uomini l’appellativo di “mostro” ma il vero mostro sarà soltanto il cuore degli uomini.

Con stile semplice ed essenziale, ma sempre estremamente poetico e pieno di dolcezza, Sepùlveda ci regala una favola commovente di armoniosa purezza, portandoci all’amara riflessione dello sconvolgimento che l’uomo può portare all’interno di una Natura perfetta, credendo di esserne padrone e signore assoluto ma sempre più spesso costretto a soccombere alla sua potenza e alla sua vitalità.

Recensione di Maristella Copula

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