SEMPRE TORNARE Daniele Mencarelli

SEMPRE TORNARE, di Daniele Mencarelli (Mondadori – ottobre 2021)

 

“Non mi accontento di un brandello di luce. Io ti dichiaro guerra, vita, io t’incendierò di significato. Oppure come fiamma brucerò verso il cielo.”

Una vera e propria dichiarazione di intenti, quella che spinge il diciassettenne Daniele, nel pieno dell’estate del 1991, ad abbandonare il gruppo degli amici, con cui era partito da Roma per una vacanza di due settimane, al fine di intraprendere un viaggio, che è, innanzitutto, un percorso di scoperta e di conoscenza.

Senza più ne’ soldi, né documenti, rimasti inavvertitamente in mano agli amici, cui li aveva affidati, dopo l’umiliante epilogo di una notte trascorsa in discoteca, Daniele decide di continuare il viaggio da solo.

Comincia un percorso di inazione alla vita, un allontanamento da ciò che è familiare, sicuro e rassicurante, per muovere verso l’ignoto, primariamente quello interiore, li’ dove più acute risuonano le paure e le fragilità.

Se è vero che ogni viaggio deve prevedere un ritorno, è altresì vero che per ritrovarsi bisogna prima andare lontano, perdersi, vivere appieno la propria libertà.

E il viaggio viene ad assumere presto la configurazione di percorso ad ostacoli, al cui interno bisogna imparare a destreggiarsi con abilità, per non soccombere.

Per sopravvivere, il protagonista dovrà imparare a stare da solo, ma per farlo, egli dovrà, al contempo, riuscire a stare con gli altri.

Così, mentre decide di tornare a Roma da Misano Adriatico in autostop, violentandosi per vincere la propria timidezza, fino a chiedere agli automobilisti che lo accoglieranno dentro l’abitacolo delle loro vetture, vitto e alloggio, si imbatterà in una lunga galleria di personaggi, con storie e vissuti lontanissimi, dei quali egli riuscirà a cogliere, con quella sensibilità fuori dal comune, che costituisce il suo punto di forza, ma, al tempo stesso, la sua condanna, la molteplice gamma delle infinite sfumature che l’animo umano può assumere. A fare da sottofondo a quelle vite, incontrate per caso, una comune nota di dolore, sofferenza, rimpianto, quasi ad unificare un tale coro di voci e di solitudini che, al termine della sua esperienza, lo porteranno ad avvertire sempre più forte il richiamo della propria famiglia, di quel nido di affetti semplici e sinceri, da cui bisognava allontanarsi per riuscire a recuperarne ed apprezzarne appieno il senso ed il valore.

Più avanzerà nel suo cammino, più Daniele sentirà il bisogno di alleggerirsi del superfluo, dapprima saranno alcuni indumenti che appesantiscono, come un macigno, la valigia che si porta dietro con grande fatica, poi il bagaglio stesso.

Sara’ ben altro il contenitore che andrà ad acquistare volume: quello delle nuove consapevolezze, delle scoperte esistenziali, della rivalutazione delle piccole cose, nella cui semplicità risiede il vero segreto della felicità.

Così Daniele cambierà pelle.

Nel lungo tragitto che dovrà attraversare, spesso a piedi e al limite della sopravvivenza, per fare ritorno a casa, si spoglierà dei panni dell’adolescenza, per vestire quelli, non meno scomodi, dell’età adulta.

Compagna fedele, in questo

straordinario itinerario di formazione umana e di crescita valoriale, sarà la Natura.

Quel paesaggio, così mutevole e variegato, di fronte al quale, Daniele sperimenterà ripetutamente un vago senso di abbandono e un sentimento di riconoscenza e di appagamento, capace di turbarlo e segnarlo nell’intimo:

“La bellezza c’entra.

Quello che ora mi esplode negli occhi, lo spettacolo di questa serata che volge al suo compimento dentro la notte, diventa alimento per una parte di me che ancora non conosco, ma che c’è, esiste.

Non so come. Ma la bellezza c’entra.

Dentro ogni colore acceso, a ogni battito di ciglia che rinnova lo stupore, io sento qualcosa, come un nome che chiede di essere trovato, e pronunciato.”

E’ in momenti come questo che la prosa assurge al valore di poesia e la contemplazione delle meraviglie del creato, che spesso colgono di sorpresa il protagonista/narratore fino a sopraffarlo, come un tappeto di lucciole o l’incanto di una nuova alba, destano in lui un turbamento benevolo, cui egli non riuscirà a dare un nome, ma che così proverà a riassumere:

“Il corpo intero è attraversato da una gratitudine che vorrebbe urlare, strapparsi di dosso i vestiti, abbracciare ogni cosa visibile e invisibile. Quanta bellezza mi è venuta incontro, incarnata dentro luoghi e volti. Questo viaggio è la scoperta di una terra. Il mio Paese. Riprendo a camminare. Al massimo del mio sentire. Come il più vivo dei vivi.”

Daniele Mencarelli si conferma ancora una volta capace di prendere il lettore per mano e portarlo con sé, in un percorso di immedesimazione e fusione di cui solo gli spiriti empatici sono capaci.

Superbo pittore di emozioni, restituisce ai nostri occhi un affresco vivido e pulsante dell’esistenza, che nulla nasconde, uno specchio in cui riflettersi, senza finzioni ed infingimenti, alla ricerca del senso profondo della vita, a volte ruvida e crudele, a volte sublime e carezzevole, ma soprattutto vera.

Recensione di Marica Ardizzone

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