ROMA SENZA PAPA. Cronache romane di fine secolo ventesimo Guido Morselli

Roma senza papa Morselli

ROMA SENZA PAPA. Cronache romane di fine secolo ventesimo, di Guido Morselli

“Roma senza Papa è una rovina”.

 

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Roma. Ci ho abitato a Roma, una città che non sono mai riuscita a fare mia. Per me, Roma fu meglio che un hortus conclusus: un mondo serrato a sette sigilli; ci abitavo e non riuscivo a viverci. L’ho ripercorsa con Morselli e ho ritrovato la sua scenografiaLa città gialla, rossa e, nei tramonti senza ponentino, fumigante, barocca con violenza dialettale. Una città rumorosa, che sembra settare con meticolosità la conveniente dose di decibel per imporsi sul silenzio. Una città che sembra affondare nelle sue buche. Eppure il ritorno è dolce, isola felice nonostante tutto: ritorno metaforico il mio, reale -narrativamente parlando- per Don Walter.

 

 

Scritto nel 1966, Roma senza papa è ambientato alle soglie di un ipotetico Duemila. La voce narrante è quella di Don Walter, un sacerdote svizzero di spirito conservatore, di ritorno a Roma -città della sua giovinezza- per chiedere udienza al Papa. Ma il Papa non c’è, si è trasferito fuori città, a Zagarolo. Il PSU (Partito Socialista Unificando) sta cercando di allargare i confini del territorio comunale di una trentina di chilometri per includere la nuova residenza pontificia, perché i romani non si sono rassegnati a questa strana e incompresa trasferta. Dov’è finito il cuore pulsante della cristianità, dov’è finito ciò che per secoli è stato considerato il punto di riferimento di molti? Orba urbs, ecco cosa sembra essere diventata Roma. Si scrive Roma, si legge Umanità. La società ha mollato le briglie, dilaga un liberalismo sfrontato, e questo perché le cose sono dannose perché sono proibite, non sono proibite perché sono dannose. 

 

 

Del resto, la sapienza cristiana consiste nell’incanalare i fenomeni sociali, non ignorarli o combatterli. Sì agli allucinogeni (del resto, in Oriente, molto spirituale, si fa uso di oppio da sempre. L’Occidente è troppo inibito, deve sciogliersi un po’), sì all’alcool, si al parto indolore, sì all’eutanasia, sì al sesso, sì ai love hotel. Sì al matrimonio tra i preti (e se arrivano tanti figli, meglio). Ci troviamo in una società pluralista in un secolo ultraspecializzato, in cui si discute di tutto, e ogni idea è buona come base per una possibile ideologia. Lo scambio di idee può avvenire attraverso il metodo del confronto elettronico, utilizzando computer enunciatori moderati da un computer-arbiter: in questo modo, infatti, si preserva l’obiettività, il dialogo è sacrificabile. Tornano in auge concetti che sembravano dimenticati, come la questione della presunta o meno anima delle donne (Habet mulier animam?) che però, attenzione, risolverebbe un gran problema: eh si, perché si potrebbe finalmente rinunciare al dogma dell’Immacolata Concezione.

 

 

C’è una spiegazione per tutto, i dogmi si possono superare. Il culto della Madonna è messo in discussione, e i laici partecipano per sondaggi alla riformulazione della Dottrina. Ma non è tutto, perché -udite udite- Freud (sì, proprio lui, quell’antiCristo) è stato battezzato: la psicoanalisi non solo è accettata, ma pure promossa da un Istituto ad hoc, l’IPPAC. La Solidarietà ha preso il posto della carità, il Turismo è l’istinto più forte dell’umanità, il calcio supremo interesse e affare del Paese, USA e URSS si contendono la luna.

In tutto questo, che fa il Papa? Beh, evidentemente il Papa prega e/o lavora. Oltre che bere vino due volte al giorno (ma mai a pasto), mangiare pochissima carna, apprezzare i dolci, giocare moderatamente a tennis, cavalcare, incontrarsi in biblioteca con Miss Maraswami (di cui si vocifera sia l’amante). Ma fa un’altra cosa, il Papa: parla pochissimo e non si immischia. Presenza assente.

 

 

Delle cose del mondo, il Papa non può occuparsi. Non può trattare. Non può, per molte buone ragioni. Fra l’altro, amici miei, ammettiamolo pure, per non mostrare anche a voi la sua incompetenza. Dovrebbe trattare delle anime. E oggi, con voi, delle vostre. Ma questo è un argomento che voi conoscete ben meglio di lui, e anche qui, per varie buone ragioni oltre quella ovvia e principale.

Al girare l’ultima pagina, mi sembra di essere uscita da un’apnea. Mi guardo intorno, metto in dubbio il dove e il quando, perché maledizione! Era tutto così reale… Ma soprattutto mi sforzo anche io, come Don Walter, di capire, di scoprire il nesso tra gli eventi. Rimango perplessa. “Roma senza Papa” non è solo una profezia fantapolitica, ma una grande domanda: dove stiamo andando, e perché? C’è qualcuno con noi ad aiutarci, a guidarci? Non so. Ho bisogno di pensarci.

Avevo bisogno di ripensare da me, di sondare. Ancora, in verità, non ho sondato. Per intanto fisso questa mia esperienza, la sottraggo al fluttuare interno, più che mai insidioso in questo estremo di crisi che il mondo spirituale attraversa, in questa incertezza di ogni credente creatura.

Recensione di Benedetta Iussig

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