OGNI VOLTA CHE TI PICCHIO Meena Kandasamy

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Ogni volta che ti picchio

OGNI VOLTA CHE TI PICCHIO, di Meena Kandasamy

È grazie a Concita De Gregorio che ho letto questo libro. Mi colpì il titolo atroce che dà voce all’autore della violenza. E poi l’autrice è indiana. Sono molto curiosa di quella terra magnifica, antica e piena di mille bellezze e contradizioni. Vado in libreria e lo compro. Nel frattempo guardo video, interviste, leggo di lei su Internet. Trentacinque anni, attivista, femminista, osa dire che Ghandi non è proprio un suo mito, perché spalleggiato dalle grosse corporazioni indiane, parla di leggere Calvino e Hobbes senza stancarsi mai. Fantastica di avere un figlio come Calvino.

 

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Aspira a scrivere come Elfriede Jelinek o Clarice Lispector. Di Hélène Cixious apprezza forse la lingua, anche se lingua di colonizzatori, ma vi è soprattutto una frase che la colpisce “Dio non ha occhi”, continua poi dicendo: «Questa frase è un pugno nello stomaco. In effetti, Dio non ha visto il sorriso sul volto di una bambina la prima volta in cui le sue mani hanno oscurato il sole – né le lacrime di una donna picchiata ogni volta che pensa ai suoi bambini mai nati.» (p.99) Il titolo in inglese, ha una seconda parte, importante. Importantissima: “Or, A Portrait of the Writer as a Young Wife”. Tradotto in italiano: “Ovvero, il ritratto della scrittrice come giovane moglie”, con una chiara e cinica allusione al titolo joyciano.

 

 

Il Portrait di James Joyce, è quello che si definisce, un esempio di Künstlerroman, ovvero romanzo dell’artista nella letteratura inglese: l’autore racconta il risveglio di un ragazzo giovane (come la protagonista al femminile del libro della Kandasamy) che non accetta le costrizioni e convenzioni irlandesi cattoliche (di un marito comunista indiano violento nel caso del nostro libro), e si ribella. Il suo percorso lo vede crescere intellettualmente, filosoficamente, anteponendo alla religione la ricerca del sé. Scrivere di sé, quindi, rivendicando il diritto di dire io, affacciarsi al mondo, riconoscersi come parte integrante di quel mondo, nasce dunque come possibilità di rivelare che siamo artisti, che siamo scrittori.

 

 

Per Meena Kandasamy, e la sua protagonista (trattasi di autofiction) l’ironia diventa l’arco di lancio per un nuovo inizio: la sua identità passa attraverso le botte di un marito intellettuale, professore universitario la cui reputazione è di grande prestigio ma che dentro le mura domestiche è un violento annientatore della propria moglie, un potenziale assassino, un uomo accecato dal proprio io e dal proprio credo al punto di mascherare la sua follia in frasi del tipo «ogni volta che ti picchio il compagno Lenin piange», (p.81). Frasi che scrive in versi perché come sottolinea la protagonista: «in un matrimonio in cui io vengo picchiata lui è il poeta.» (p.81)

 

 

Nel paradosso delle botte, nella realtà che frantuma ogni brandello dell’identità della protagonista, dove tutto le viene negato o tolto, vediamo che piano piano il marito padrone le impone di cancellarsi da Facebook, di dargli la password del suo account di posta elettronica, di smettere di scrivere e di lavorare come scrittrice o giornalista. Deve fare solo la moglie per capire il senso proletario della vita. «Non sono tante le cose che una donna può diventare quando è una casalinga in una città straniera in cui non si parla nessuna delle sue lingue madri. Quando la sua vita ruota intorno al marito. Quando è intrappolata da due mesi nello spazio di tre stanze con veranda». (p.21) Ma una sì. Una cosa la può fare. Lo scopriamo poche righe dopo: questa donna può diventare una regista. Infatti questo luogo che la imprigiona «è un perfetto set cinematografico». (p.21)

 

 

Squarcio luminoso nel tetro e lugubre ambiente domestico. Attraverso la metafora del cinema, la protagonista trova le forze per cercare le parole, quelle giuste, per dirlo. Per scriverlo. Ma ancora prima di passare dalla scrittura, di fuggire. Di scappare dalla morte sicura. Con i piedi gonfi e insanguinati e la capigliatura infestata dai pidocchi. Di non lasciare il racconto delle violenze subite perdersi in quello della madre che si concentra nelle estremità del corpo, e cioè nei piedi e nei capelli, senza per niente accorgersi del corpo martoriato, offeso, gravemente marcato dalle percosse subite. Senza parlare delle ferite dell’anima e dell’io donna, dell’io scrittrice. Dell’io poeta.

 

 

Perché solo chi ha visto la morte nelle botte del marito sa quanto poi il proprio corpo diventi un incubo: «l’unico corpo che mi sento autorizzata a condividere è il corpo che modello con le parole». Solo con la scrittura, con un’identità letteraria, ricompone il proprio corpo: «le mie dita, catturate dalle parole, sono canto e poesia, tracciano nell’aria il volo di piccole farfalle. Dietro le parole nascondo le dita screpolate della ragazza che si lava il bucato a mano ogni settimana.» (p.219) e ancora «le cicatrici sono i miei segreti.» (p. 217) Un libro da leggere che fuoriesce dai luoghi comuni, dal già detto, dal semplice racconto delle percosse ricevute e di tutta la violenza subita. Oggi che è il 25 novembre, giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro la donna.

 

 

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, una donna su tre ha fatto esperienza di violenza fisica o sessuale, il 30% delle donne ha fatto esperienza di violenze fisiche o sessuali da parte del partner e il 38% delle donne uccise in tutto il mondo ha perso la vita per mano del proprio partner. Dietro a questi tragici numeri si trovano le vite di abusi e violenze subite da milioni di donne, vite che hanno in comune le dinamiche e la paura, anche se provenienti da contesti familiari, culturali, sociali diversi.

Grazie alle parole dell’attivista femminista indiana Meena Kandasamy abbiamo forse più forza per combattere: più forza e più parole. Più che mai abbiamo bisogna di letteratura per farlo. Da ogni parte del mondo. Unite possiamo lanciare un messaggio di speranza.

 

Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto

 

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