NON QUI, NON ALTROVE Tommy Orange

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NON QUI, NON ALTROVE, di Tommy Orange

Smarrimento. È questa la sensazione prevalente che lascia la lettura di quest’opera prima di Tommy Orange. Smarrimento di fronte a queste vite di nativi americani intrise di dolore, dipendenze e frustrazione che cinquecento anni di violenze ed inganni hanno prima relegato in inospitali riserve prive di ogni risorsa e poi “inurbato” nelle metropoli con una parvenza di vita normale ma di fatto emarginate e private della propria storia, della propria cultura.

non qui non altrove T. orange

“È la storia di una nazione e del suo popolo. È la rabbia e la nostalgia per un qui che abbiamo considerato nostro e custodiamo nel cuore, ma che in qualche modo, portandocelo via, altri ci hanno costretto a chiamare altrove.”

“Veho era l’uomo bianco che era venuto e aveva costretto il vecchio mondo a guardare con i suoi occhi. Vedete, le cose andranno così: prima ci darete le vostre terre e poi la vostra attenzione, fino a dimenticare come si fa. Finché i vostri occhi si prosciugheranno e non potrete più guardarvi indietro e davanti non ci sarà più nulla, e l’unica cosa in vista con un minimo di senso avrà la forma della siringa, della bottiglia o della pipa”.

 

Il ” powwow” è un evento a cadenza annuale che si tiene ad Oakland, California ed ha l’intento di riunire in un giorno di festa, canti, danze ciò che resta della cultura indiana richiamando nella città californiana discendenti dei nativi americani da ogni parte del paese.

Nel powwow confluiscono le precarie esistenze degli undici protagonisti del racconto e le speranze e i progetti di ognuno di essi. A ciascun personaggio Orange dedica un capitolo, con una struttura a racconti apparentemente indipendenti che ricorda da vicino quella usata da Richard Powers in “il sussurro del mondo” per poi amalgamarsi in un racconto corale a tinte fosche caratterizzata da una scrittura metropolitana, senza orpelli e tagliente come la lama di un tomahawk.

 

Lo scrittore di origini cheyenne ci regala un’opera di denuncia sociale di grande impatto, priva di inutili sentimentalismi ma ricca di crudo realismo ed esprime, in letteratura e per i nativi americani, ciò che Ken Loach rappresenta nel cinema per la working class.

Recensione di Nazzaro Pelusi

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