Molti lo criticano però tutti lo acquistano: IL CASO ALASKA SANDERS Joël Dicker

Molti lo criticano però tutti lo acquistano: IL CASO ALASKA SANDERS Joël Dicker

 

So bene il rischio che sto correndo.

Ma tant’è, l’ho letto e se voglio ricordarlo devo scrivere due righe.

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Sistematevi in due file ordinate: detrattori di qua e sostenitori di là.

Eh si, Joël Dicker è un autore divisivo, i suoi libri sono sempre al centro di dibattiti accesissimi e ciò che trovo divertente è che fan sfegatati e denigratori seriali adducono le stesse motivazioni per amarlo o odiarlo, per ergerlo a autore dalle indubbie capacità narrative o annoverarlo fra i responsabili dell’inutile abbattimento di alberi.

Mi spiego meglio.

Per una voce che dice “i suoi libri hanno tutti lo stesso impianto narrativo” ce n’è subito un’altra che afferma “Dicker ha uno stile inconfondibile”.

Se qualcuno osserva l’originalità degli enigmi risolti nei suoi romanzi di certo non mancherà chi descriverà le sue trame usando termini come farraginoso, inutilmente complesso, confusionario.

Non dimentichiamo che anche la lunghezza delle sue storie suscita sentimenti contrastanti: chi si annoia, sbuffa e accusa il povero autore di prolissità e chi, arrivato all’ultima pagina, si dichiara entusiasta e al contempo dispiaciuto di aver finito la lettura.

In quest’ultima fatica l’autore non ci risparmia nessuno dei suoi cavalli di battaglia.

Marcus, l’alter ego dello stesso Dicker, inciampa in un caso irrisolto. O meglio, mal risolto.

Anni prima una ragazza era stata uccisa, le indagini avevano portato un ragazzo in carcere e tutto sembrava sistemato.

Qualcosa però arriva a scompigliare le tessere di quel puzzle e nessuno meglio di Marcus saprà dare nuove impulso alle indagini. Scrittore e Sergente arriveranno, dopo meno di mille pagine alla verità.

La narrazione è fatta su più piani paralleli, quindi la tecnica del flash back tanto cara all’autore, ha modo di amplificarsi e riprodursi identica a se stessa, incontriamo anche flash back di flash back. Non nego che ho fatto degli schemi per avere un quadro chiaro della cosa.

La storia si articola e si svolge in epoche diverse, i personaggi sono numerosi, c’è chi si affaccia timidamente, chi tiene banco dalla prima all’ultima pagina, emergono fatti inimmaginabili e c’è chi trova il tempo per innamorarsi.

Risultato: un congegno complesso ma perfettamente funzionante; tutto è pianificato al minimo dettaglio, nessun dubbio resta irrisolto, si legge con il fiato sospeso fino all’ultima riga.

In queste libro l’autore continua a strizzar l’occhio al lettore, facendo continui riferimenti ai suoi romanzi precedenti…“ehi tu, non dirmi che non lo hai ancora letto ”, sembra dire mentre dispone con sapienza riferimenti a fatti cruciali e misteri che incuriosiscono chiunque. A questo punto nasce la domanda: è un’astuta azione di marketing o, ancor prima di Iniziare, aveva progettato una collana di romanzi collegati e interconnessi ?

Ma io da che parte sto?

I suoi libri li ho letti tutti ma non sono mai stata una sua sostenitrice. Devo dire però che quest’ultimo romanzo mi è piaciuto.

Di Gabriella Calvi

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1 Commento

  1. Dicker è un autore che amo. Ho letto tutti i suoi libri e, in generale, ho passato dei bei momenti. Gli altri due volumi della trilogia mi sono piaciuti, ma questo decisamente meno. Oltre ad essere un remake del Caso Quebert, ha alcune debolezze di base e un uso eccessivo del deus ex machina del suicidio del sospettato. Se ricordo bene, 3 persone si ammazzano appena vedono la polizia… mi sembra statisticamente poco probabile 😛

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