MEMORIE DI UN GIOVANE DISTURBATO Frédéric Beigbeder

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MEMORIE DI UN GIOVANE DISTURBATO, di Frédéric Beigbeder (Vague Edizioni)

Presentato il 28 febbraio 2019 all’Istituto Francese di Firenze, da Giuliana Titti Foti, giornalista della Nazione e Gabriella Montanari, traduttrice e Direttrice Editoriale VAGUE Edizioni, “Memorie di un giovane disturbato” fu pubblicato in Francia nel 1990 e da gennaio di quest’anno grazie all’impegno della poetessa traduttrice italo-francese è possibile leggerlo anche in italiano. Nella sala gremita di curiosi e di amanti della letteratura francese, ero impaziente di vedere dal vivo l’alter ego di Marc Marronnier, non più giovane gigolò, etilico godereccio e frequentatore di feste bensì cinquantenne, “normale”, con un lavoro e una famiglia secondo i canoni borghesi che tanto disprezzava nel libro scritto a 25 anni.

MEMORIE DI UN GIOVANE DISTURBATO Frédéric Beigbeder Recensioni Libri e News UnlibroL’uomo che intravedo dal fondo della sala è una persona distinta, stile un po’ bohémien, ma entro le etichette del buon senso, professionale, senza eccessi di nessun tipo rispetto alla sua identità letteraria. Mi ritrovo davanti l’uomo che con grande sensibilità è riuscito a descrivere l’ambiguità del nostro tempo. Grande scrittore. «Odio gli uomini invulnerabili. Provo rispetto solo per i ridicoli, quelli che hanno la bottega aperta alle cene tirate, che si beccano una merda di piccione sulla testa mentre stanno per dare un bacio, che scrivono tutte le mattine su una buccia di banana. Il ridicolo è la dimensione propria dell’uomo. Chiunque non si trovi a essere regolarmente lo zimbello del paese non può essere considerato un essere umano. Andrei anche oltre: l’unico mezzo per sapere di esistere è rendersi grotteschi. È il cogito dell’uomo moderno. Ridiculo ergo sum».

In “Memorie di un giovane disturbato” Beigbeder, che in patois significa belvedere, narra le vicende amorose del giovane dandy, Marc Marronnier (alter ego dell’autore) e l’inizio della sua carriera di cronista mondano al crepuscolo degli anni Ottanta. Festaiolo insaziabile e nottambulo instancabile, Marc unisce l’utile al dilettevole: serate deliranti (condite di danze e sbronze collettive) e lavoro facile. Nella Parigi degli anni Ottanta Marc Marronier e i suoi amici eccentrici e strampalati vivono la pantomima eterna della festa per esorcizzare e in certo modo fuggire dal conformismo di un vuoto generazionale in cui ogni cosa era vissuta con l’enfasi bugiarda della grandezza.

Fedele compagno di baldoria è l’amico Jean-Georges che si pavoneggia con il resto della banda, una scatenata ‘setta’ di adepti del dio Divertimento. La musica (dalla bostella alla house) funge da fil rouge alla sequenza-diario di eventi frivoli, relazioni che finiscono (con Victoire) e che nascono (con Anne), cambiamenti esterni (la rivoluzione di velluto a Praga nell’89) e interiori (vita di coppia ‘casalinga’).

Mescolando pagliacciate, buffonate e analisi profonde, usi e abusi dei media, Beigbeder ha il grandissimo dono di essere spietato sulle cose del mondo e della vita. Lo fa scrivendo di tutta l’insensatezza e l’assurdo che ci riguardano, avvalendosi di un’ironia colta che non ha eguali nella storia della letteratura dei nostri giorni.

Un libro con questo titolo non può che intrigare, disturbare affascinare, infastidire, commuovere, fa ridere e far viaggiare. Con un ironico richiamo alle memorie di Simone de Beauvoir e della sua allieva, Louise Védrine, nom de plume Bianca Lamblin, Beigbeder scrive in maniera brillante, divertente, facendo uso di immagini colorate, giochi di parole intelligenti e riferimenti piccanti.

Rivela una gamma di emozioni che va dalla discrezione alla follia, si passa dalle risate alle lacrime, dalla dolcezza alla rivolta, dall’irritazione alla completa immedesimazione.

Come in un romanzo di formazione il protagonista si racconta, e soprattutto fa un bilancio della sua esistenza di perdigiorno mondano, non prendendosi mai sul serio, caricando di ridicolo e di grottesco tutta l’insensatezza della sua esistenza in cui le vicende amorose occupano un posto importante.

Attraverso la narrazione umoristica, non edulcorata, della vita frivola e mondana del protagonista e della sua cerchia di amici scapestrati, l’autore traccia un ritratto disinibito della generazione di venti/trentenni della Parigi bene di fine anni ’80, soffermandosi sulle difficoltà dei rapporti di coppia, in bilico tra il bisogno di esclusività e il desiderio di libertà, tra la paura della solitudine e quella della routine quotidiana. Ne scaturisce una riflessione sulle contraddizioni interiori e sulla possibilità di conciliare l’essere e l’apparire.

Se poi questa lettura vi ha appassionato, potete leggere in italiano “Lire 26.900” (titolo originale 99 Francs), uscito nel 2001 da Feltrinelli, romanzo davvero originale, politicamente scorretto e di rottura, uno dei libri più belli e scomodi che hanno inaugurato il nuovo millennio. Successivamente, sono stati pubblicati, nel 2003, “L’amore dura tre anni”, (Feltrinelli) e nel 2004: “Windows on the World” (Bompiani).

I consigli del Caffè Letterario Le Murate Firenze, di Sylvia Zanotto

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