MANHATTAN TRANSFER John Dos Passos

MANHATTAN TRANSFER, di John Dos Passos (Dalai Editore)

La vicenda di Manhattan Transfer, nome del più celebre crocevia ferroviario della città, è articolata in diciotto capitoli che raccontano la vita americana dagli ultimi anni del secolo XIX alla metà degli anni 20.

Vagabondi, ballerine, sindacalisti, costruttori edili, speculatori, contrabbandieri, ricchi annoiati, marinai, politici, sono le figure che affollano le pagine del romanzo, tutti alla ricerca della loro opportunità di cambiare vita e tutti, invariabilmente, traditi nelle loro aspettative; sebbene ci siano un paio di personaggi che l’autore segue con più attenzione, nessuna delle esperienze raccontate nel libro sembra aver maggior valore delle altre, tutte sono scelte perché raccontano, da punti di vista diversi, l’infrangersi del Sogno Americano contro la scogliera di un modello di civiltà che non ha altro limite se non l’accumulo di ricchezza e la sopraffazione dell’individuo sull’individuo.

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La narrazione, priva di trama, vive nell’introduzione dei singoli personaggi in momenti cronologicamente distanti, procede per incroci di punti di vista, cambi di prospettiva rapidi e spiazzanti, montando le scene come in un film, (si confronti col poco più recente l’Uomo con la macchina da presa, di Vertov); non è la trama a essere importante, in questo tipo di narrazione, ma il disorientamento prodotto da questi continui cambi di prospettiva, che riproducono fedelmente lo spaesamento di chi arriva a New York e si trova immediatamente catapultato nella sua frenetica vita.
Manhattan Transfer appartiene a quella grande stagione letteraria in cui autori come Joyce, Fitzgerald o Svevo si sforzavano di trovare nuovi approcci e nuove tecniche di percezione del mondo: nel romanzo di Dos Passos la percezione della realtà avviene attraverso lo spazio fisico, prima presentato razionalmente articolato nelle linee verticali dei grattacieli, poi letteralmente invaso dalla folla della metropoli in una ritmica alternanza di vertigini e dilatazione, come un cuore che pulsa, un organismo che respirando si anima di vita propria e con la sua essenza vitale, novella Babilonia, trasforma e corrompe le esistenze dei suoi abitanti.

Una lettura faticosa e difficile, sicuramente adatta a lettori esperti e perseveranti, di grande soddisfazione; vale la pena affrontarla anche solo per il confronto che stimola nei confronti dei più celebri titoli dello stesso filone letterario.

Avvertenza per il lettore italiano. Di questo romanzo esistono due traduzioni: la prima, la più comune e continuamente riproposta, realizzata da Alessandra Scalero, pur molto curata, ha quattro pagine mancanti (fu la censura degli anni 30 a imporre il taglio); ne esiste una seconda, realizzata nel 2012 da Stefano Travagli che, invece, è integrale.

Recensione di Valentina Leoni

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