L’ULTIMO UOMO BIANCO Moshin Hamid

Mi limitavo ad amare te, di Rosella Postorino

L’ULTIMO UOMO BIANCO, di Moshin Hamid (Einaudi – gennaio 2023)

Recensione 1

Il giovane Anders si sveglia al mattino e si rende conto che la sua pelle è diventata scura. Sì dà malato al lavoro, distrugge lo specchio che riflette una nuova immagine di sé, che lui non sa e non vuole riconoscere. Passano i giorni, ma il cambiamento è ormai irreversibile. Pian piano, in città, lo strano fenomeno inizia a diffondersi, come un inspiegabile morbo, un’epidemia.

Altre persone iniziano via via a cambiare.

Lo stupore generale lascia il posto alla rabbia, la rabbia sfocia presto in violenza. La gente impaurita inizia a dar luogo a risse, saccheggi, alcuni negozi vengono incendiati, la palestra in cui Anders lavora come istruttore viene danneggiata. Si costituisce una milizia armata che rapisce alcune persone “cambiate”. Alcune di queste persone rimangono addirittura uccise.

Cos’è questo strano morbo? Quali i motivi della sua diffusione? Quale il senso di questa “Metamorfosi”? Cosa accadrà quando anche l’ultimo uomo bianco sarà scomparso?

Non ci sono risposte in questa breve romanzo (o racconto lungo) di Moshin Hamid, autore del pluripremiato e fortunatissimo bestseller “Il fondamentalista riluttante” (Einaudi).

La città è un posto senza nome, in un luogo imprecisato del mondo. Ci sono i cellulari, la rete internet, e questi sono gli unici elementi che fanno collocare il racconto al tempo che stiamo vivendo. Per il resto, tutto è sospeso, sfumato, indefinito, come una bolla trasparente attraverso la quale ci sia concesso di guardare.

Ci sono padri e figli, madri e figlie, che si prendono cura gli uni degli altri: “Adesso a Oona capitava di sentirsi madre di sua madre, o forse madre non era la parola giusta, forse andava bene anche figlia, dato che entrambe le parole significavano più di quel che lei un tempo riteneva, avendo ciascuna due lati, un lato che consiste nel sostenere e l’altro nell’essere sostenuta, e alla fine le due parole si equivalevano, come quando lanci una moneta e conta solo quale delle due facce, testa o croce, esce per prima”.

I figli. Cosa sapranno i figli dei loro genitori, della loro vita prima del cambiamento? Potranno mai avere coscienza di quello che è stato, di quello che non hanno mai conosciuto? Che mondo sarà, il loro, e che vita avranno, quando i loro genitori non ci saranno più?

“Ormai il padre di Anders usciva di rado dalla sua stanza, e lì dentro c’era un odore, un odore che lui vedeva sul volto del figlio quando Anders entrava, e a volte quell’odore lo sentiva anche lui, il che era strano, come un pesce che si accorga di essere bagnato, e l’odore che sentivano era l’odore della morte, che il padre sapeva vicina, e questo lo spaventava, ma non aveva troppa paura di essere spaventato, no, da tanto tempo conviveva con la paura, e non si era lasciato sopraffare, non ancora, e avrebbe cercato di continuare così, di continuare a non farsi sopraffare dalla paura, e spesso non aveva l’energia di pensare, ma quando ce l’aveva pensava a cosa fa di una morte una buona morte, e gli sembrava che una buona morte fosse una morte che non atterrisse suo figlio, che il dovere di un padre non fosse evitare di morire davanti al figlio, questo un padre non può deciderlo, ma che, se un padre doveva morire davanti al figlio, doveva morire nel modo migliore possibile, in un modo che lasciasse qualcosa al figlio, che lasciasse al figlio la forza di vivere, e la forza di sapere che un giorno anche lui sarebbe morto, come suo padre, e così il padre di Anders si sforzava di fare del suo viaggio finale verso la morte un dono, un gesto paterno, e non sarebbe stato facile, non era facile, era quasi impossibile, ma su questo era concentrata la sua mente, finché funzionava, era concentrata su questo tentativo”.

Recensione di Valerio Scarcia

Recensione 2

Moshin Amid, L’ultimo uomo bianco, Einaudi, 2023, traduzione di Norman Gobetti

Di Mohsin Hamid avevo già letto “Exit West”, in cui l’autore immaginava un mondo in cui portali magici erodevano le dinamiche del nazionalismo e della xenofobia consentendo viaggio senza restrizioni ai rifugiati, ma non il più acclamato “Il fondamentalista riluttante”. Per il suo ultimo romanzo, Hamid ricorre di nuovo al fantastico soprannaturale, con la popolazione di pelle bianca che inizia a vedersela trasformare in marrone.

Le trasformazioni sembrano avvenire solo negli Stati Uniti e il romanzo si concentra su quattro residenti di una piccola città senza nome. Il risultato è un’efficace allegoria del razzismo in America, anche se a volte si ha l’impressione che le conclusioni arrivino con trappa facilità e siano, per così dire, eccessivamente “telefonate”.

La trama si sviluppa in modo prevedibile, mentre più interessanti sono le discussioni incentrate intorno alla figura di Anders, il protagonista principale dell’opera.

Hamid usa in questo romanzo uno stile fatto quasi esclusivamente di frasi lunghe, anche un intero paragrafo, con ripetizioni così ossessive da rasentare a volte la parodia.

Sufficienza raggiunta, ma non la migliore tra le ultime uscite in libreria.

Recensione di Moreno Migliorati

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