L’INTELLIGENZA DELLE PREDE I poteri dei vulnerabili cambieranno il mondo, di Valter Tucci (Bompiani – giugno 2026)

Quando la vulnerabilità diventa strategia!
Leggendo L’intelligenza delle prede di Vater Tucci(edito da Bompiani) ho scoperto che non sono i leoni a salvare la savana quando l’ecosistema collassa. Sono le gazzelle.
È da questo rovesciamento, apparentemente provocatorio, in realtà solidamente radicato nell’etologia, che parte il saggio di Valter Tucci, neuroscienziato e direttore del laboratorio di genetica ed epigenetica del comportamento all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova: la tesi centrale non è tanto una domanda retorica sul perché confondiamo forza e intelligenza, quanto una proposta più radicale, quella di restituire dignità evolutiva alla vulnerabilità, mostrando che negli ecosistemi in crisi non sono i predatori a guidare il cambiamento, ma le prede.
Da questo perno etologico discende poi, quasi per naturale conseguenza, la critica culturale che ho trovato davvero molto interessante e consonante al mio pensiero. L’essere umano ha preso il modello predatore-vincente e lo ha trasformato in un paradigma di leadership, arrivando a credere che chi domina sia automaticamente più intelligente e chi è vulnerabile sia, in qualche modo, manchevole.
La lepre braccata dalla volpe che devia all’improvviso e spezza la geometria dell’inseguimento, uno stormo di piccoli uccelli che si compatta e si scaglia con violenza contro un rapace molto più grande di loro, fragili molluschi che imparano a coordinarsi fino ad avere la meglio sulla feroce aragosta: non sono aneddoti curiosi messi lì per intrattenere ma sono la prova che la sopravvivenza, in natura, non premia mai la forza bruta in sé quanto la capacità di sviluppare sensibilità, flessibilità, velocità, anticipazione; tutte doti che nascono, paradossalmente, proprio dalla condizione di essere esposti, cioè vulnerabili.
Se la vulnerabilità è ciò che costringe la preda a inventarsi un’intelligenza più sottile di quella del predatore, allora lo stesso vale per noi. Tutti nasciamo dipendenti da altri, ci ammaliamo, invecchiamo, restiamo esposti a un ambiente che non controlliamo del tutto; la vulnerabilità non è dunque un incidente biografico, un imprevisto che capita a qualcuno per sfortuna quanto la condizione che tocca a tutti, in ogni fase della vita. È il punto in cui la divulgazione scientifica si trasforma in critica sociale, e dove il saggio trova il suo registro più ampio. Se essere prede è la norma e non l’eccezione, allora costruire intere gerarchie sociali sul mito del predatore invincibile significa organizzare la convivenza attorno a un’eccezione statistica, scambiandola per regola.
Come ricorda lo stesso Tucci, la domanda che conta non è chi comanda oggi, bensì chi saprà ancora esserci domani, senza aver nel frattempo distrutto il sistema da cui dipende.
Nel mio saggio La scimmia antropomorta (edito da Solferino) sostengo che l’essere umano non sia il punto d’arrivo di una traiettoria ascendente, bensì una specie instabile, capace di perdere — non solo acquisire — le sue doti più specifiche come l’ immaginazione, creatività, responsabilità, a rischio in un ‘epoca ipertecnologica che amplifica caratteristiche neurobiologiche e comportamentali vecchie di milioni di anni.
Credo che le due tesi, lette una accanto all’altra, si parlino dal profondo.
Se Tucci restituisce dignità evolutiva alla preda, smontando il mito del predatore come modello di superiorità, io smonto il mito gemello, quello dell’Homo sapiens come predatore evolutivo definitivo, arrivato in cima alla catena e ormai al sicuro da ogni involuzione sociale. In fondo raccontiamo la stessa narrazione vista da due angolazioni opposte. La forza ,che sia quella del leone o quella della tecnologia che ci illude di dominare, non mette mai nessuno realmente al riparo dalla propria fragilità. Semmai, come insegnano tanto le prede di Tucci quanto il rischio che definisco di antropomortismo, è la capacità di restare vigili, adattabili e un po’ scomodi rispetto al proprio ambiente a fare la vera differenza nel lungo periodo.
L’intelligenza delle prede resta un saggio colto, arguto, piacevolissimo e che arriva, va detto, con tempismo, in un’epoca satura di leader (e di scimmie antropomorte con lo smartphone in mano) convinti di essere gli ultimi predatori rimasti sulla scena.
Di Olivia Ninotti
LA SCIMMIA ANTROPOMORTA – Olivia Ninotti


Commenta per primo