L’impeccabile stile dello scandalo: LOLITA Vladimir Nabokov

L’impeccabile stile dello scandalo

LOLITA, di Vladimir Nabokov

Tentare di comprendere alcuni individui è arduo. La psiche umana è oscura e le ossessioni che la tormentano, nella maggior parte dei casi, sono inestirpabili.

 

Lolita
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Risulta infatti estremamente nauseante analizzare la mente di Humbert, vedere attraverso i suoi occhi lussuriosi e lascivi una bambina di dodici anni.

Le sensazioni di disagio e imbarazzo mettono il lettore in una posizione scomoda tanto da far percepire un senso di sporco difficile da scordare.

Per quanto l’autore tenti di rendere il protagonista un personaggio umano che in molti passi del romanzo si rende egli stesso conto di quanto tutto sia sbagliato, perverso e sudicio, provare empatia nei suoi confronti è impensabile.

 

 

È una vita turbolenta e deviata quella di Humbert, un’ esistenza torbida il cui solo scopo è l’appagamento sessuale.
Il suo incontro con Dolores (Lolita) è folgorante: il raggiungimento di un idillio per lui e una condanna a morte per lei.
Quella dolce fanciulla nelle mani di un orco prevaricatore che la soffoca e le ruba la sua fanciullezza.

Nel corso della storia si partecipa ad un vero viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti d’America, in cui i luoghi sono descritti in modo talmente vivido che quasi si ha l’impressione di poter udire lo scroscio di quella cascata oppure di poter annusare l’odore dello zucchero filato di una fiera.

 

 

Al termine della lettura però una domanda sorge spontanea: è mai stato amore?
Sono presenti alcune frasi in cui Humbert esprime dei sentimenti e dei concetti che si avvicinano a quello che dovrebbe essere il vero Amore ma non sono in grado di giudicare in modo lucido. Troppe ingiustizie e dolori a danno di una ragazzina, se anche ci possa essere stata una forma di affetto non è abbastanza.

Romanzo a dir poco sublime che tratta una tematica che purtroppo è perennemente attuale.
L’unica cosa di cui sono certa è che non pronuncerò mai la parola ninfetta ad alta voce.

Recensione di Deborah Bonanni

 

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