LIMONOV Emmanuel Carrère 

LIMONOV, di Emmanuel Carrère

 

Limonov
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“Non esistono libri morali o immorali, esistono solo libri scritti bene o male” diceva Oscar Wilde. Questo è certamente un libro scritto bene. È anche un libro che narra le vicende di un dandy, ampiamente portato a concepire la propria vita come un’opera d’arte, scritto da un autore che concorre ampiamente a presentare la vicenda biografica del suo personaggio come un’opera d’arte.

Al lettore le vicende appaiono articolate, avvincenti, mai riducibili a pochi, semplici schemi. La storia dell’Unione Sovietica, della sua fine ed evoluzione e parallelamente quella dell’occidente, Stati Uniti e Francia che accolgono il protagonista in particolare, non sono un semplice sfondo, ma protagoniste anch’esse, impregnate dello stesso machiavellismo dell’uomo Limonov. Egli vi si muove talvolta agevolmente, talvolta da sconfitto, ma mai effettivamente a disagio, come colui che conosce le regole del gioco e mai penserebbe di metterle in dubbio.

Lo scrittore non approva alcuni punti di vista del suo personaggio, le sue più estreme intemperanze, l’indifferenza di fronte ai crimini di guerra, al ricorso al delitto, ma sembra condividerne l’egocentrismo, l’arrivismo esasperato, l’invidia nei confronti di chi ha più successo, meritato o meno che sia.

Amo i romanzi in cui si coglie la complessità della vita, in cui nulla è come sembra, ma non il fatto che detta complessità finisca col giustificare l’amoralismo di fondo.

Altra questione è il bilancio conclusivo: Limonov è stato un perdente? Sicuramente un lottatore, un duro come mirava ad essere, ma non un grande, un eroe; un avventuriero ricco di fascino certamente, ma non un vero protagonista degli ambiti a cui si è affacciato: letteratura, politica, militanza armata, prestigio sociale. È stato invece un “grande” carcerato, come se in tale frangente, in cui la sconfitta e l’autocelebrazione sembrano fondersi, avesse saputo dare il meglio di sé, al punto di riuscire, lui usualmente così narcisista, ad interessarsi agli altri.

Pregio del personaggio, e del libro, la varietà; difetto il rifiuto di qualsiasi valore e di qualsiasi ruolo intermedio, pacato, che solo avrebbe potuto dare accesso alla felicità.

Recensione di Maria Cristina D’Amato

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