Libro/Film SULLA STRADA – Jack Kerouac – Walter Salles

Sulla strada On the road libro e film

Libro/Film a confronto

Libro SULLA STRADA, di Jack Kerouac

Riprendere in mano questo testo è stato un tuffo emozionale molto forte. “Sulla strada” rappresenta per quelli della mia generazione, un capovolgimento degli insegnamenti, la bibbia di tutti coloro che si vogliono alternativi, pacifisti e attratti dalla vita senza regole, senza casa, senza doveri.

Sulla Strada, di Jack KerouacViaggiare, in autostop, in autobus, con l’Interrail. Il luogo del viaggio era forse più importante della destinazione, o delle destinazioni, che spesso cambiavano strada facendo, in funzione delle nuove amicizie. Ci si fermava gli uni dagli altri, ci si dava ospitalità; ma soprattutto si passavano ore e ore nel treno, nelle auto, nei furgoni, nei camion, per la strada insomma e in quelle ore si viveva il mito di “On the Road”. Un mito che poi per tanti si è spezzato in maniera tragica, per via delle conseguenze di abusi fra alcol, droghe e azioni incontrollate. Senza parlare di chi ha lottato ai limiti della legalità per migliorare la politica e la società, rischiando e giocando con la morte, spesso mescolando vita privata, politica e purtroppo terrorismo.

Per tanti è durato solo il tempo di crescere, di accettare il lavoro “fisso”, farsi la famiglia e mettere da parte i sogni adolescenziali. Per tanti ancora ci fu un compromesso: “vabbè, continuo a farmi le canne, ma mi sistemo, metto su casa, faccio famiglia e pure i figli”. Così, la nostra è diventata anche la generazione dove i figli si passano le canne a casa con mamma e papà. È difficile riprendere in esame quel periodo della vita. Avevo una forte attrazione per tipi come gli eroi di Kerouac, ma allo stesso tempo mi facevano paura.

Così mi sono innamorata di uomini con questa doppia identità: scrittori o aspiranti scrittori, che vivevano ai margini della società, in cerca di vere emozioni, che solo il giusto mix di strada, musica, alcol, droga e sesso erano in grado di dare. E riprendere questo libro in mano, significa per me rivivere con tutta la forza emotiva di quegli anni esperienze potenti e di grande vigore evocativo: e vi giuro che il libro fa questo effetto. E poi devo confrontarmi con il dolore della perdita, che purtroppo molte di queste persone hanno fatto la stessa fine di Jack Kerouac o Neal Cassady.

Il testo qui proposto, è la versione integrale tradotta da Michele Piumini. Devo dire un’ottima traduzione: il testo scorre, proprio come la leggenda vuole che le parole scivolassero sul rotolo di carta che via via catturava le avventure del protagonista: lo stesso Jack, che qui non è più Sal Paradise (nome invece usato nel testo pubblicato nel 1957) e dei suoi amici Neal Cassady, il Dean Moriarty della prima edizione, Allan Ginsberg, (Carlo Marx), William S. Bourroughs. (Old Bull Lee), Marylou, (LuAnne Henderson) solo per citarne alcuni.

Come suggerito da Sergio Baiocchi, “Sulla strada” è un romanzo che andrebbe letto più volte nell’arco della propria vita. E non posso che condividere le sue parole: «È un libro che nasconde significati ed emozioni comprensibili solo nel tempo: divorandolo a sedici anni se ne scopre il furore e la voglia di vivere propria dell’età giovanile; sfogliandolo attentamente intorno ai trent’anni se ne può cogliere la grande forza rivoluzionaria ma anche la straziante sensazione di un tracollo finale, la sconfitta dell’individuo dinnanzi alla società; riprendendolo in mano a cinquant’anni può avere, forse, il sapore dei rimpianti, dell’inadeguatezza e, probabilmente anche della compassione.»

 

Seguiamo il narratore, autore, protagonista, Jack Kerouac, lungo le infinite strade degli Stati Uniti d’America, da est a ovest, da nord a sud, fino a toccare i territori più selvaggi e meno contaminati del Messico. In quasi quattro anni di spostamenti, con qualche episodio di ‘vita normale’, protagonista vera è la la strada e lo spirito più profondo dell’America alla maniera degli hobo, vagabondi e homeless per scelta.

Un resoconto di viaggio, dunque, ma anche un manifesto di rivolta, di opposizione all’idea di quell’America più puritana e intransigente. “Sulla strada” è considerato uno dei testi cardine della Beat Generation, di cui Kerouac, Cassady, Ginsberg, Burroughs fecero parte insieme ad altri noti scrittori quali Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti.

La strada diventa metafora di libertà e di conoscenza ma anche di rivolta verso una società individualista basata sul lavoro e il consumo. La strada che si percorre consente di scoprire paesaggi immensi, nuove metropoli, in un periodo, quello post-bellico, di grande incertezza. La strada diventa ciò che aiuta a conoscere il proprio sé interiore, attraverso l’incontro casuale e spontaneo.

 

Le descrizioni dei paesaggi spesso regalano poesia e visioni improvvise di rara bellezza. Kerouac adatta il linguaggio allo stile di vita dei suoi personaggi utilizzando nei discorsi diretti il loro slang quotidiano. Una rottura dei valori americani dell’epoca, anche sul piano stilistico, che segue un ritmo musicale, il ritmo del Bebop, esaltato in questa versione originale, priva di ritorni a capo, con poca punteggiatura e densa di ripetizioni. Lo stile che caratterizza il rotolo-romanzo, Kerouac stesso lo definisce “prosa spontanea”. L’unico capace di contenere la vita vera racchiusa nelle parole scritte, che fanno del libro un mito. Un mito nato alla fine anni ’50, quando le conseguenze della politica neomaterialista di Eisenhower e del neofascismo di Joseph McCarthy, della guerra di Corea, della guerra fredda, avevano portato a considerare la società americana come la migliore al mondo. “Sulla strada” dipinge una generazione disillusa, in seno a un militarismo neofascista, alla guerra fredda, al materialismo consumistico e laicista, frutto del capitalismo. Kerouac, era un antimilitarista convinto, una delle voci principali contro la guerra fredda e portavoce di quel disagio giovanile che sa che non esistono alternative. Purtroppo il viaggio non può durare in eterno. Sebbene, infatti, il libro non abbia una fine chiara e risolutoria, il senso di sconfitta e di inadeguatezza si percepisce nettamente e porterà entrambi Cassady e Kerouac a una tragica  morte.

Il romanzo è fortemente autobiografico. Pur presentando sostanzialmente una trama molto semplice è stato suddiviso in cinque parti, scritto sotto forma di episodi e ambientato negli anni ’40. In una lettera scritta a Neal Cassady, così scriveva Jack Kerpuac: «La mia opera forma un unico grosso libro come quella di Proust, soltanto che i miei ricordi sono scritti di volta in volta. A causa delle obiezioni dei miei primi editori non ho potuto servirmi degli stessi nomi di persona in ogni libro. […] non sono che capitoli dell’intera opera ch’io chiamo La Leggenda di Duluoz […] veduta attraverso gli occhi del povero Ti Jean (io), altrimenti noto come Jack Duluoz […]»

Ti Jean era il suo nome di famiglia, francocanadese (piccolo Jean), americanizzato successivamente in Jack. Molto legato alla madre e alla famiglia, Kerouac soffrì molto la morte del fratello quando aveva solo quattro anni e del padre in giovane età. Il suo forte senso religioso non lo abbandonerà mai. Il termine Beat significa infatti per lui ‘beato’ e sottolinea la sua ricerca spirituale e religiosa che lo porterà lontano – senza mai farsi ingannare dal pregiudizio, l’ipocrisia e la falsità:

«perché le uniche persone che mi interessano sono i pazzi, i pazzi delle parole, i pazzi della vita, quelli che vogliono tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai cose banali.. ma bruciano, bruciano come candele romane nella notte.»
«Sono andato veloce perché la strada è veloce». Una metafora? Tanto veloce che, fra un’ubriacatura e l’altra arriva pure l’ultima, come ricorda Fernanda Pivano, Jack Kerouac morirà «da solo, su una sedia a dondolo, in una stanza buia, con il pavimento coperto di bottiglie di whiskey», esattamente 50 anni fa, il 21 ottobre 1969. Una leggenda fino alla morte.

I consigli de lCaffè Letterario Le Murate Firenzedi Sylvia Zanotto

 

Film ON THE ROAD, di Walter Salles

(id.)
di Walter Salles (USA, 2012)
con Sam Riley, Garrett Hedlund, Kristen Stewart, Kirsten Dunst, Tom Sturridge, Viggo Mortensen
VOTO:**/5

“Il mito diventa film” sta scritto sulla locandina di On the road, ed è vero: esistono pochi libri al mondo così ‘mitici’ come il romanzo di Jack Kerouac. Sono quei libri che ognuno di noi ha sul comodino e che ci hanno fatto compagnia durante la nostra adolescenza. Ma rispondetemi sinceramente: se doveste cimentarvi oggi, per la prima volta, nella lettura di On the road, che cosa ne pensereste? Vi catturerebbe esattamente come venti, trent’anni fa? Oppure lo trovereste irrimediabilmente datato?

Per quanto mi riguarda, propendo più per la seconda ipotesi. Il motivo è semplice: On the road è un libro che è rimasto prigioniero del suo tempo, che è diventato ‘mitico’ più per quello che raccontava che per come lo raccontava… è un libro che è figlio della sua epoca e che non riesce a ‘vivere’ al di fuori da essa, perchè se il suo contenuto ai tempi poteva apparire dirompente e rivoluzionario (anzi, sicuramente lo era), leggere oggi di quelle cose ci fa semplicemente sorridere. On the road, a mio modestissimo parere, sta alla letteratura come Easy rider sta al cinema: sono opere mediocri che hanno acquistato un’aura ‘mitica’ perchè sono stati scritti (o girati) al momento giusto, ma che per contrappasso sono rimasti prigionieri del loro tempo.

Per questo è inutile prendersela con il povero Walter Salles, regista di talento (non dimentichiamo che sono suoi Central do Brasil e I diari della motocicletta) cui è stata commissionata un’impresa persa in partenza: far rivivere in questi tempi di progresso e di crisi l’epoca della beat generation attraverso le immagini. E’ ovvio che è impossibile, ed è perciò sbagliato gettare la croce addosso a un film che, tutto sommato, non poi così brutto nè ‘blasfemo’ nei confronti del romanzo: gli è semplicemente molto fedele, e quindi ne assorbe tutti i difetti di cui abbiamo appena parlato.

 

On the road arriva oggi clamorosamente in ritardo, perchè racconta di un contesto storico e culturale che ormai è oggettivamente superato dagli eventi: nell’epoca dell’alta velocità, di internet, della Ryanair, del digitale, del sesso che ormai è ‘routine’ e non più ‘ribellione’… le immagini che ci scorrono davanti agli occhi ci fanno lo stesso effetto del vino annacquato: non hanno più forza, non hanno più ‘anima’, non ci coinvolgono perchè non ci interessano più.

A poco valgono gli sforzi degli attori, che ci mettono tutto il loro impegno: a cominciare dai protagonisti Sam Riley e Garrett Hedlund (nei panni rispettivamente di Sal Paradise e Dean Moriarty), alla criticatissima Kristen Stewart, sempre vittima dei pregiudizi ‘vampireschi’ che la accompagnano, e che invece non se la cava neanche malaccio nel ruolo della libertina Marylou, alla sempre brava Kirsten Dunst (che interpreta Camille) ai ‘camei’ di Viggo Mortensen (Old Bull Lee), Tom Sturridge (Carlo), Amy Adams, Terrence Howard…  il film scorre via lento e uniforme, tra paesaggi seppiati, musica d’atmosfera, costumi d’annata e amplessi selvaggi, ma è perfettamente inutile trovare un solo momento ‘epico’, un sussulto di originalità.

 

Viviamo in un’epoca dove ormai ci siamo assuefatti a tutto, dove non ci stupiamo più di niente e siamo anestetizzati alle emozioni. Niente ci sorprende più, figuriamoci un romanzo e un film che sono rimasti indissolubilmente cristallizzati ai loro anni. Il cinema vuole storie universali e trame forti, anche quando si tratta di trasporre grandi classici della letteratura: tra qualche mese Baz Luhrmann ci svelerà (finalmente!) la sua versione de Il Grande Gatsby, che attendiamo spasmodicamente: il romanzo di Francis Scott Fitzgerald  è ormai quasi centenario ma, a differenza di On the road, la sua forza, il suo stile e il suo messaggio sono più attuali che mai. E’ un libro senza tempo. E per un regista, partire da una base è un già un bel vantaggio…

Recensione di S O L A R I S – il Blog per gli amanti del cinema

 

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