L’ALTRA FIGLIA Annie Ernaux

Mi limitavo ad amare te, di Rosella Postorino

L’ALTRA FIGLIA, di Annie Ernaux (L’orma – novembre 2022)

 

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La Ernaux ci apre nuovamente la porta sul suo passato, ci fa guardare all’interno della sua famiglia, tra le pieghe di un suo privatissimo dolore.

Stavolta il suo bisturi va a tagliare un momento preciso della sua infanzia, una domenica di Agosto del 1950 (forse la stessa in cui Pavese si suicidò in una camera d’albergo a Torino), quando, a 10 anni, viene a conoscenza, per puro caso, dell’esistenza di una sorella maggiore, morta di difterite all’età di 6 anni.

Ma, in realtà, lei questa sorella non l’ha mai avuta, non l’ha mai vista nè toccata, non ci ha mai giocato, mangiato, né dormito insieme…è morta due anni prima della sua nascita.

 

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Una sorella di cui non si è mai parlato in famiglia, nata e morta in un racconto rubato, origliato di nascosto a sua madre…un racconto che termina con la frase: “…era più buona di quella lì”.
“Quella lì”, ovviamente, era lei…Annie.
E in quel momento crolla l’illusione di essere unica.
E nasce la consapevolezza di essere “la sostituta”.
Questo piccolo romanzo è proprio una lettera che la Ernaux scrive a “Ginette”, sua sorella…non si sa bene per quale motivo, forse per resuscitarla e ucciderla un’altra volta (liberandosi per sempre di lei) o forse per saldare un debito immaginario dandole l’esistenza (sulla carta) che la sua morte le ha donato (mettendo così a tacere il suo senso di colpa per essere stata colei che è sopravvissuta).
Sì, perché se Ginette non fosse morta, Annie non sarebbe mai esistita.

 

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“Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere, fa una grande differenza.”

La scrittrice non fa sconti ai suoi genitori e al loro dolore taciuto, ma non li biasima per questo…il loro silenzio, in fondo, le ha preservato la possibilità di fingere di essere l’unica destinataria del loro amore.
Vero anche però che, per tutto il tempo della narrazione, non li chiamerà mai “mamma e papà”, ma solo “lei” e “lui”, quasi a volerli spersonalizzare, a voler mantenere le distanze da loro…a volerli punire per averla messa nella condizione di dover competere con il ricordo di chi non c’è più e che, inevitabilmente, si impossessa di un’aura di perfezione.

 

“Non rimprovero loro niente. I genitori di un figlio morto non sanno ciò che il loro dolore fa a quello vivo.”

Queste pagine sono impregnate di senso di colpa, ma anche di orgoglio, di rabbia…di gelosia.
Sì, perché “l’altra figlia” del titolo, non è Ginette, bensì lei…la figlia meno buona, meno amata, meno “santa”.
Per me…un romanzo potente e toccante (in perfetto stile “Ernaux”)…ed ancora più intenso de “Il posto”.

Recensione di Antonella Russi
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