LA TIRANNIA DI UN PADRE VERSO IL FIGLIO: OPEN Andre Agassi

LA TIRANNIA DI UN PADRE VERSO IL FIGLIO: OPEN, di Andre Agassi

Andre Agassi come W. Amadeus Mozart.
Agassi come Giacomo Leopardi.
Anche come il pianista cinese Lang Lang, ma quello lo conoscono in pochi.

Figli le cui vite sono state tiranneggiate dalla figura di un padre ingombrante, che ha plasmato la loro infanzia storpiandoli della felicità (o perlomeno della normalità). E condannandoli al ruolo divino ed osceno di prodigi.

Ora, so che il verbo “storpiare” è intransitivo e perciò non regge il complemento oggetto. Ma io non ho alle mie spalle un padre-padrone che mi bacchetti le dita, quindi posso fare e disfare come mi pare. Sono libero grammaticalmente. Al contrario del piccolo Agassi, che nemmeno era libero di andare a scuola, perché il genitore molto spesso gli faceva saltare le lezioni per portarlo ad allenarsi anche al mattino.

Andre mangia pane e tennis. E null’altro.

Non apre un libro praticamente per tutta la vita. E questo naturalmente ha alcune conseguenze.

Le vite degli sportivi professionisti si somigliano tutte, quelle degli sportivi mediocri sono più variegate. Cosi potremmo riassumere, scomodando Tolstoj.

Agassi gioca, dorme, mangia, si allena, vola da una parte all’altra del globo. Dall’età di tre anni. Suo padre, quando ancora era in culla, gli legò alle mani delle piccole racchette. Per dire il livello di patologia dell’ambizioso genitore.

Andre fin dall’infanzia è irrimediabilmente triste. Irrimediabilmente in crisi. Irrimediabilmente solo.

Si circonda di un entourage che è la sua famiglia. E si barrica in una routine che prevede minime variazioni. Essere il numero uno del ranking mondiale oppure un operaio della Fiat Mirafiori non fa molta differenza.

Sei solo più ricco e conosciuto, ma questo significa solo grane. Ed attacchi continui da parte dei giornalisti.

Agassi è dio. Agassi è un perdente.

Agassi si sposa dapprima con la più bella tra le belle, ma non funziona: lei è un’attrice, ama viaggiare, andare a teatro, conoscere artisti e intellettuali. Andre vuole solo giocare: così è stato programmato dal suo padre-despota fin dalla culla. Conosce solo un linguaggio, quello della racchetta. Non sa fare assolutamente nient’altro, come molti geni.

Storia triste e che dà da pensare.

Si sposerà in seconde nozze con la collega Steffi Graff, campionessa come lui. E che conosce bene le luci e le ombre di un’esistenza sul tetto del mondo (sportivo).

Troverà la pace.

Il libro, com’è noto, è scritto a quattro mani. E si vede ad ogni pagina.

È un libro scritto con stile, calibrato negli effetti, felice nell’invenzione di metafore, esperto nei cambi di ritmo.

Non lo ha scritto Andre, questo è sicuro. Andre ha con i libri e la parola scritta un rapporto pessimo. Un vero e proprio rifiuto.

Ma è scritto come “imitando” lo stile tennistico di Agassi. Che fu tennista quantomai fantasioso, vivace, geniale e sofferente (anche fisicamente).

Se non avete mai letto autobiografie di prodigi ve lo consiglio. Altrimenti resta valida la frase dello pseudo-Tolstoj.

OPEN ☆ Andre Agassi

Recensione di Marcello Ferrara Corbari

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