LA PARTE DELL’ALTRO Eric-Emmanuel Schmitt

LA PARTE DELL’ALTRO, di Eric-Emmanuel Schmitt

Che cos’è il male? Dove si trova il male? Come si diffonde? Perché il male esiste?

Sostanza, spazio, temporalità, causa: sostare nel male per capire. Non per giustificare. Ho dovuto abitare queste parole.

 

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Vivere dentro di loro e lasciare le domande senza risposte. Le risposte fanno male. Sanno di male. Trovano solo dolore e chiusure di pensiero, di vita, di difficoltà di comunicazione. Più cerco le risposte, più trovo porte chiuse, più sosto nelle domande, più mi si aprono cieli. O inferni. Leggere “La parte dell’altro” mi ha svelato come affrontare questo tabù, leggere di Hitler non significa condividere i suoi pensieri, tanto meno giustificarli. Forse nemmeno capirli. Ma semplicemente sostare nel pensiero, conoscere il pensiero. Ampliare la nostra sfera del sapere. Significa non cercare le risposte, ma sostare nelle domande.

In questo libro, ho trovato acqua per la mia sete, che mi spinge a fare domande, che mi trattiene nel terreno della ricerca, del dubbio, così lontano dai salotti delle certezze. Questo è il grande insegnamento del filosofo Eric-Emmanuel Schmitt, scrittore, dell’anima e del mistero umano. Prima di continuare a parlare del libro devo spendere due parole sullo scrittore, non è proprio un tuttologo, ma quasi.

 

 

Come ho già detto è un filosofo, si è laureato all’École Normale Supérieure de la rue d’Ulm, con una tesi su Diderot e la metafisica. È musicista, si è diplomato al Conservatorio di Lione, anche se sostiene di non avere immaginazione musicale. Ma non solo, è anche drammaturgo, attore, romanziere, saggista, traduttore, e infine, dopo un’esperienza di trenta lunghe ore nel deserto senza cibo e senza acqua, uomo di fede. Ma non della fede che si compra e che poi, statica, rimane nei nostri spiriti appagati da risposte certe. Schmitt ci dice che prima di quest’esperienza mistica, da ateo, diceva, “non capisco, ma non c’è niente”. Ora da uomo di fede, dice, “c’è qualcosa, ma mi sfugge”.

 

 

Si definisce un agnostico credente. E sottolinea la differenza fra sapere e credere. Dire “Dio non esiste” produce menti malate e perverse come Stalin e Hitler. Esclude il dubbio. Ecco, mai escludere il dubbio. Il male è in ognuno di noi. Tutti noi siamo dei potenziali mostri del male. Se non si amalgamano bene le circostanze esterne e le scelte individuali, tutti noi potenzialmente possiamo intraprendere un cammino di odio, di megalomania e vittimismo sfrenato in grado di generare percorsi disumani e vite di violenza dove il prossimo non viene mai interpellato ma solo usato, abusato, violentato, se necessario trucidato, ai fini di soddisfare il proprio ego.

 

 

È ucronia chiedersi cosa sarebbe successo se Hitler fosse davvero diventato un artista. Non ci sarebbe stato l’Olocausto, non ci sarebbe stata la seconda Guerra Mondiale, probabilmente non sarebbe neanche nato lo Stato d’Israele. In “La parte dell’altro”, Eric-Emmanuel Schmitt ha voluto mettere a confronto la storia vera di un mostro e la storia di un uomo normale, se l’adolescente Adolf avesse continuato ad evolversi considerando l’altro nella propria vita. È proprio qui sta la differenza: chi accetta la parte dell’altro e chi no. Non è un concetto religioso, ma di sostegno all’umanità.

Ma ripartiamo dall’inizio: la sorte dell’umanità è nelle mani della giuria che l’8 ottobre 1908 non ammise Adolf Hitler al corso accademico delle Belle Arti di Vienna. Il fallimento è per Hitler un duro colpo, ma la sua reazione è mostruosa: il sottotesto recita ‘sono un genio non capito’, e intorno alla rabbia e all’odio, Hitler costruisce tutto il suo avvenire. È nel modo di interpretare le circostanze che piano piano la possibilità di non diventare un mostro svanisce. La Prima Guerra Mondiale farà scattare gli altri ingredienti della sua follia: l’antisemitismo e il patriottismo germanico. E poi la storia la conosciamo tutti.

 

 

Accanto al racconto della storia romanzata di Hitler, si sviluppa la storia immaginata di un uomo che risolve i propri problemi, ascoltando l’altro e lasciando che il prossimo s’inserisca nel mosaico dei sentimenti e delle emozioni senza negare al proprio cuore di amare e ricevendo l’amore degli altri. Schmitt racconta di aver sofferto molto nel dover scrivere di Hitler, mentre invece era una gioia scrivere dell’artista Adolf H., volutamente chiamato per nome e non per cognome, cose se il nome conferisse umanità e qualità condivise da tutti. Schmitt, nella postfazione spiega la necessità che si era fatta in lui impellente: il bisogno di capire lo aveva spinto in quest’avventura. Tanti hanno criticato questo bisogno d’indagare la vita di un mostro, io appartenevo alla schiera di questi lettori.

 

 

Poi, una circostanza (e non possiamo niente contro le circostanze) ha fatto sì che prendessi il libro in mano qualche giorno dopo la morte di mio padre. Leggo le prime pagine. Leggo la data della decisione della Giuria: l’8 ottobre. Il giorno in cui è mancato papà. Un colpo al cuore. È come se mio padre mi dicesse, Sylvia devi leggere questo libro. Devi capire anche tu. Ancora una volta mio padre mi ha indicato la strada. E lo ringrazio. Come ringrazio Schmitt. Senza di loro non avrei letto un libro che reputo bellissimo e soprattutto non avrei affrontato il tabù Hitler. Il male per evitarlo, bisogna conoscerlo. Bisogna documentarsi per eradicarlo. Ma il male più difficile da eradicare è quello che è dentro ognuno di noi, è quello che potremmo diventare se non fossimo in grado di fare scelte considerando l’altro. Mostri? Ecco, come dice Schmitt, che scrive per capire, ho letto questo libro per capire non per giustificare un mostro, e nemmeno voglio mai un giorno pensare che la mia poca percezione del male possa permettere a questo di prendere dimensioni inaccettabili per l’umanità intera. La sineddoche, che è la figura retorica preferita di Schmitt, diventa il cinema dove da bambino vede per la prima volta gli orrori del nazismo e dell’Olocausto.

 

 

Il padre risponde alle sue domande: sì è un pazzo, ma un uomo, come tutti noi. Siamo fatti di scelte e circostanze, non scegliamo certo le circostanze, ma le nostre scelte sì. E continua Schmitt: «Da quel giorno, le notti del bambino sono difficili e i suoi giorni ancora di più. Vuole capire. Capire che il mostro non è un essere diverso da lui, fuori dall’umanità, ma un essere come lui che prende decisioni diverse dalle sue. Da quel giorno, il bambino ha paura di se stesso, sa che coabita con una bestia violenta e sanguinaria, si augura di tenerla tutta la vita nella sua gabbia. Il bambino è l’autore del libro.» E io, la lettrice. Come l’autore, non sono “ebrea, non sono tedesca, non sono giapponese e sono nata dopo: ma Auschwitz, la distruzione di Berlino e il fuoco di Hiroshima fanno ormai parte della mia vita”.

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