IO SONO UNA STELLA Inge Auerbacher

IO SONO UNA STELLA, di Inge Auerbacher (Bompiani)

“Io sono una stella. Una bambina dell’Olocausto” di Inge Auerbacher, traduzione di Amina Pandolfi, poesie tradotte da Bruno Pedretti.

Qualcuno di voi ha avuto il coraggio (io lo chiamo così perché ho timore degli aghi) di farsi dei tatuaggi?

Una farfallina, una coccinella, una frase significativa della vita scolpita, oppure grandi porzioni di pelle, che diventano base per creare vere e proprie opere d’arte.

Un tatuaggio permette, a chi sceglie di farlo, di esprimersi senza troppe parole, raccontare del proprio mondo; una scelta libera di essere, di affermare con creatività la propria personalità.

Un tatuaggio nel momento in cui non piace più, oppure non ha senso tenerlo può essere tolto, modificato o ricoperto da un altro.

Vi voglio raccontare ora di una bambina di sette anni, Inge Auerbacher.

Anche lei ha avuto il suo “tatuaggio”, sull’avambraccio destro, precisamente il 22 agosto 1942, identificato con il numero di registrazione “XIII-I- 408” che informava sulla data di arrivo nel campo, il convoglio di cui faceva parte e la nazionalità. Ogni prigioniero come Inge doveva impararlo a memoria e ripeterlo in tedesco ogni volta che si veniva chiamati. Un piccolo segno sulla pelle ma non desiderato, che non è stato un simbolo di libertà di espressione ma di oppressione e l’ha marchiata per sempre in quanto ebrea, ebrea tedesca.

Come altri milioni di ebrei è stata brutalmente trascinata con la sua famiglia dai nazisti nel campo di concentramento di Terezin, in Cecoslovacchia e lì ci rimase tre lunghi anni. I suoi occhi di innocente bambina hanno purtroppo fotografato tutto il male, le atrocità, il dolore, la pazzia dell’abominio hitleriano che prende il nome di Olocausto.

Il suo lacerante dolore, il suo infinito terrore l’ha sperimentato per gradi.

Dapprima ha visto forzatamente allontanarsi da casa il padre e il nonno, spediti a Dachau durante la famigerata Notte dei Cristalli. Furono poi rimandati a Kippenheim, ma la sua famiglia decise che era giunto il momento di andarsene verso una località che, in quegli anni concitati, sembrava poter essere più sicura e arrivarono a Jebenhausen dove vivevano i suoi nonni, con la speranza poi di lasciare definitivamente la Germania.

Quel luogo (dal 1939 al 1941) fu, prima della deportazione, una parentesi felice e serena per lei e i suoi cari. Giocava con gli amichetti tedeschi e intonava con loro, come uno scherzo macabro, canzoncine popolari che contenevano parole della propaganda nazista. Man mano però anche quel momento passò e si trasformò, per la piccola protagonista, in un incubo. Dapprima la stella gialla di David con la parola Jude da esibire bene e poi la successiva deportazione.

Il “marchio della vergogna” quella stella, come un secondo tatuaggio, non sulla pelle ma che bruciava tanto quanto quello che avrebbe dovuto subire successivamente.

Inge si trovò così a Terezin, una località a circa ottanta chilometri da Praga; una vecchia fortezza militare, isolata, con le sue alte mura e i profondo fossati a separarla dal resto del mondo. Sbattuta nell’inferno del lager, piccola tra altri piccoli che come lei aveva cucita sulla giacca quella stella gialla, quasi fluorescente.

In quel luogo orribile, buio, dove ormai il baratro era già stato superato, osservava passare dal campo esseri umani privi di carne, emaciati, malati, sporchi.

Inge venne poi liberata dai russi nel 1945 e ci conduce, in questo libro, nel suo piccolo, ma non per questo meno intenso vissuto.

In questo scritto ogni pagina, corredata da foto e disegni molto significativi, l,’autrice ci dona tutto il suo commovente racconto. Un narrare che non trascura le origini di questo male, del perché si sono attuate così tali malefiche strategie.

La prima parte è caratterizzata da parti storiche essenziali, intervallate da quello spirito bambino, da poesie così semplici che stridono fortemente con ciò che accadeva attorno a lei, rendendo ancor più claustrofobico il quotidiano sopravvivere, caratterizzato da perenni umiliazioni, forti, offese.

Ma c’è pure, in quel drammatico paesaggio mortifero, una luce tremula, il continuo coraggio che riceveva nel campo dai suoi genitori e i piccoli momenti di tenerezza che ha condiviso con loro.

La testimonianza di Inge Auerbacher, la sua storia individuale è di fatto la voce sopravvissuta di un intero popolo che ha sofferto l’indicibile, l’estrema umiliazione nel corpo e nello spirito.

Inge ha ancora il suo “tatuaggio”, il suo marchio di riconoscimento e non vuole toglierlo, né modificarlo, né ricoprirlo.

È la memoria di ciò che le è accaduto e sarebbe oltraggioso dimenticare. No, non si deve dimenticare, mai!

Consiglio questa lettura, pur nella sua difficile tematica, anche ai lettori più piccoli.

Recensione di Elisabetta Baldini

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