IL MANOSCRITTO DEL DIAVOLO Stefano Butti

IL MANOSCRITTO DEL DIAVOLO, di Stefano Butti (Bolis – ottobre 20239

 

“IL MANOSCRITTO DEL DIAVOLO
SULLA VIA CHE CONDUCE AL
“NOME DELLA ROSA”

 

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Quando, tra il ’40 e il ‘42, Alessandro Manzoni si decise finalmente a congedare l’edizione definitiva dei Promessi Sposi, molti scrittori, ammirati e sconcertati da un simile capolavoro, non ebbero il coraggio di scommettere i propri talenti sul romanzo storico, e quelli che lo fecero pervennero a esiti distanti anni luce.

Situazione analoga si ripresenta nel 1980, anno in cui viene dato alle stampe Il Nome della Rosa, lo straordinario giallo storico uscito dalla penna di Umberto Eco. Eppure, esattamente 43 anni dopo, Stefano Butti, con la sua opera prima, quel coraggio l’ha avuto. Intendiamoci: non si tratta di stabilire velleitarie comparazioni. Il Nome della Rosa è un gigante della letteratura, mentre Il Manoscritto del Diavolo si limita, per ora, a osservare e a farsi osservare.

Si parva licet componere magnis

In comune gli autori hanno la passione per la storia e il talento di farla rivivere. In particolare, nello scrittore bergamasco, si avverte un’Eco della forza, della seduzione, della capacità di intrecciare e scomporre gli avvenimenti e quindi ricomporli in una superiore armonia tipiche del grande piemontese. Ciò sia detto non per suggerire incauti parallelismi ma semplicemente per evidenziare di che stoffa il libro è fatto e per informare il lettore sul genere letterario all’interno del quale Il manoscritto del Diavolo vede la luce: il thriller storico. Nel romanzo, storia e finzione si intersecano inestricabilmente al punto che è pressoché impossibile tracciarne il confine in assenza di una profonda conoscenza del contesto storico-culturale e, talvolta, pure in presenza. Contesto che andiamo, in estrema sintesi, a ricostruire.

 

 

Roma, maggio 1555. Nella serena e operosa quotidianità di frate Gregorio, da 7 anni bibliotecario del convento francescano del Gianicolo, irrompe il suicidio, sotto i suoi occhi, del giovane novizio Donato. Poco prima di compiere il gesto, Donato, in una sorta di febbrile allucinazione, rovescia su Gregorio un messaggio inquietante…

“Un manoscritto…ho letto cose che nessuno deve sapere…è per questo che…è…morto…”

…e una frase sibillina

“Il male che si annida dove tutto nasce tornerà per trovare ciò che va cercando.”

Nel tentativo di stanare questi misteri, si affollano (in una manciata di giorni del maggio 1555) le vicende del protagonista Gregorio, dell’antagonista, il cardinale Carafa, e dei rispettivi aiutanti.

Come detto, l’autore ci immerge subito in un’atmosfera di alta tensione. Il suicidio di Donato non è solo un mistero sconvolgente di per sé; nasconde, infatti, un mistero molto più grande, da cui (lo si intuisce subito) possono scaturire effetti dirompenti per la Chiesa e l’umanità intera. Gli eventi derivano l’uno dall’altro come le bamboline russe ma, diversamente da queste, ti spiazzano. Il gioco lo conosci, non la carta e i tempi in cui il giocatore la calerà. E questo mantiene la narrazione a livelli di fervida concitazione dove le pause, rarissime, altro non sono che momenti sospesi su un filo esilissimo che potrebbe spezzarsi in pochi istanti.

 

 

I fatti di cui si tratta, benché possano sembrare un momento qualsiasi della Storia, sovrastati da altri ben diversamente famosi, segnano, invece, uno snodo radicale: lo scontro nella Chiesa, già dissestata dalla riforma protestante, tra la corrente degli intransigenti e quella degli spirituali, conclusosi con la vittoria dei primi. Ciò segnerà per quasi quattro secoli il cammino della Chiesa, condannandola a un isolamento risentito e supponente, in ostinata opposizione e in puntuale ritardo rispetto al fluire della storia.

Gian Pietro Carafa è l’anima nera del romanzo, l’uomo che incarna l’integralismo radicale, il dogmatismo intransigente, il rifiuto di qualsiasi dialogo, gran sacerdote di una verità rovesciata e che si crede messianica. La tesi è farneticante ma lucidissima: un cancro corrode la Chiesa; occorre estirparlo con ogni mezzo. E l’Inquisizione è il congegno tentacolare che gli permette di terrorizzare, snidare, colpire. Basta rinnovarla e trasformarla in una formidabile macchina di repressione. Così, Carafa convince Paolo III a intraprendere una lotta senza quartiere contro il dissenso religioso: il 21 luglio 1542 con la bolla Licet ab Initio Paolo III istituisce la congregazione del Sant’Uffizio, la “nuova” Inquisizione alla testa della quale nomina lo stesso Carafa. Ora il cardinale possiede lo strumento ideale per mettere fuori gioco gli spirituali e stroncare sul nascere ogni forma di devianza dal magistero di Roma, che, ormai, è il suo magistero.

Gli spirituali vengono braccati, perseguiti, ridotti al silenzio. Nulla ormai può opporsi alla sua ascesa al soglio pontificio. Tutto è compiuto.

Questi i fatti, questa la storia di quei drammatici anni.

 

 

 

In tale cornice, rigorosamente storica, Stefano Butti innesta le vicende di frate Gregorio e il fitto mistero che avvolge la morte del suo novizio Donato. Cardine dell’azione è il Manoscritto del Diavolo, autentico perno intorno a cui gravitano, in febbrile ricerca, tutti i personaggi. L’obiettivo è comune: ritrovarlo. Il fine è antitetico: Gregorio per renderlo pubblico, il cardinale per farlo sparire. L’autore enfatizza il progetto criminale di Carafa, ammattandolo di satanismo. Il cardinale non solo persegue un’azione sterminatrice volta a sopprimere un testo per lui esiziale ma, soprattutto, mira a fondare una nuova Chiesa, dove il culto di satana scalzi quello di Cristo. Il tempio in cui si compiono riti satanici e propiziatori della nuova religione è il luogo simbolo del radicale sovvertimento dei valori umani nella prospettiva di una palingenesi rovesciata in cui le forze del male stravolgano la scena del mondo. Il conflitto tra bene e male arroventa le pagine seminando morte e cauterizzando le coscienze refrattarie ad accettare lo smarrimento e pronte a piegarsi alla legge della convenienza. E nascono le pagine mirabili dello scontro insanabile tra Gregorio e Carafa, le cui parole riverberano l’implacabile requisitoria del vecchio cardinale nella Leggenda del Grande Inquisitore dostoevskiano.

Gregorio compie il suo viaggio nel regno del male, dove, solo a tratti, s’accende qualche vivida luce (Belisario, Diana). Ha come stella polare l’ansia insopprimibile di giustizia e verità, e come cibo fecondo l’inquietante discesa nel ventre dell’amore che, da luogo di perdizione, egli trasfigura, grazie alla luce di Padre Belisario, in sorgente di vita. La figura di Diana, fascinosamente erotica e spiritualmente limpida, incarna la forza rigeneratrice e salvifica della bellezza. Gregorio rischia la vita per la giustizia e per l’amore: la prima ne irradia l’azione, il secondo ne fomenta senza sosta la volontà e lo slancio vitale.

 

 

In questo contesto, emerge il concetto di verità. La verità è quella che ci fa più comodo. Ognuno si costruisce la sua…Che la maggior parte degli esseri umani abbia bisogno di qualcuno che dica loro cosa è vero e cosa è falso, cosa è giusto e cosa no…beh…questo è sotto gli occhi di tutti…Hanno scelto di credere a quello in cui credevano le persone che stavano loro vicine…Vedi, le persone che abbiamo incrociato oggi, tutti coloro che hanno appreso la nostra verità, si sono trovati davanti qualcuno che diceva loro che avrebbero dovuto smettere di credere alle loro guide, ai loro pastori…se noi diciamo loro soltanto che devono smettere di credere nei loro punti di riferimento, quelli si sentono sperduti …e cosa fanno? Semplicemente…rifiutano la nostra verità e tornano a guardare alle loro stelle polari…l’esito del nostro tentativo è la triste conferma del fatto che la gente è schiava…ed è schiava di una schiavitù che ha le sembianze di una libertà attrattiva e confortevole…

In questa amara e lucida verità sta il compendio del Manoscritto del Diavolo, un libro che appassiona e seduce, coinvolge e interroga, in un costante alternarsi di luce e tenebra che marchia, nel passato come nel presente, la storia degli uomini.

Un libro che ti cattura sin dalle prime pagine, che è un dispiacere lasciare e un piacere, un grande piacere, ritrovare.

 

Recensione di Angelo Pagani

 

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