I VICERÈ Federico De Roberto

Feltrinelli KOBO Fomia maggio
I vicerè De Roberto

I VICERÈ di Federico De Roberto

Recensione 1

Sicilia, anno 1855: donna Teresa Risà in Uzeda, principessa di Francalanza e di Mirabella, muore. Nella vetusta ed onoratissima casata degli Uzeda, insignita ai tempi dei monarchi spagnoli del titolo di Viceré, scoppia il caos.

Questo è l’incipit in breve di uno dei più grandi romanzi veristi italiani, a torto ancora relativamente poco letto e conosciuto. L’occhio dell’autore si concentra non sui “vinti” verghiani, bensì sul loro opposto, i campioni dell’ormai decadente aristocrazia isolana.

Il termine decadente non è usato a caso, in quanto per me i viceré è innanzitutto la storia di una degenerazione familiare, che nel mentre si dipana e si avvita su se stessa, si interseca e mette in risalto la storia dell’Italia, dall’età pre unitaria agli anni ’80 del 1800.

 

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Praticamente tutti gli appartenenti alla intricata famiglia (all’inizio sarà facile perdersi tra i molti gradi di parentela, figli, nipoti, zii, cugini ecc.) hanno comportamenti o pensieri, azioni o idee che non sono mai disinteressate, semplici, dirette, positive.

 

Al contrario, tutti badano al proprio tornaconto, che sia economico o di prestigio, tutti sembrano essere animati da una vera e propria volontà febbrile di sopraffare chiunque possa dar loro noia, a torto o a ragione. Nelle pagine di questo capolavoro impareremo a conoscere, tra gli altri, l’ambizioso principino Consalvo, l’iroso don Blasco, la calcolatrice donna Ferdinanda.

Sul fondale, emerge come un gigante la Sicilia feudale, immobile nel fluire del tempo, che poco si lascia impressionare da un semplice cambiamento di Re, cosi come la società cittadina e delle campagne.

Se amate le atmosfere che ci hanno donato Verga, Tomasi di Lampedusa, Pirandello, e le volete veder declinate in uno stile, un linguaggio, un modo diverso, non potete perdervi questa lettura.

Recensione di Marco Garbarino

Recensione 2

I Viceré, un libro bistrattato, stroncato alla nascita, io devo al film di Roberto Faenza, prima, e a questo gruppo, poi, la scoperta di questo romanzo.

Una lettura meravigliosa, scorrevole, una scrittura in un italiano forse desueto ma non morto, con parole che dovremmo ritornare ad usare.

Seguiamo, dal 1854, per circa trent’anni, le vicende della famiglia Uzeda di Francalanza, famiglia catanese discendente dai viceré spagnoli. Seguendo questa famiglia, seguiamo le vicende politiche dell’Italia prima dell’Unità fin quasi alla fine del XIX secolo, un affresco da cui emerge il fallimento dei veri ideali del risorgimento e che fornisce una descrizione impietosa del popolo italiano.

I componenti della famiglia, tutti personaggi ben descritti, ben delineati nei caratteri e caratteristiche. Sono gretti, meschini, avidi, corrotti, assetati di denaro e potere; l’odio è l’unico sentimento espresso dalla maggior parte di loro. Per raggiungere i loro scopi non c’è niente che li possa fermare, l’inganno è una loro arma, ma anche l’adulazione, il servilismo, se serve allo scopo di avere testamenti favorevoli e aumentare prestigio con denaro e proprietà. Le donne sottomesse, schiacciate, non hanno facoltà decisionali né tantomeno idee proprie che non possono comunque
manifestare. Alcuni di essi sono destinati alla vita monastica e alla carriera ecclesiastica, continuano la loro vita con tanto di amanti e figli messi al mondo, la Chiesa corrotta, a cui questi nobili credenti, creduloni, superstiziosi, elargiscono denaro per avere appoggi e per ” salvarsi l’anima”.

 

L’ho detto, un libro impietoso, e molto, molto attuale. Sono rimasta alquanto disgustata, pensando ai dirigenti politici e non, a imprenditori, banchieri, frequentatori di salotti, economisti e conoscitori di alta finanza, corrotti e corruttori del nostro tempo, sono forse i discendenti di quella “nobile “stirpe?

Inutile dire, consigliato, consigliatissimo, e mi scuso per la lunghezza, ma un libro così non si può liquidare in poche righe.
Buona lettura.

Recensione di Sebastiana Cavasino

 

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Recensione 3

 

I viceré è il romanzo più importante di questo autore che dimostra di possedere una visione disincantata della società, della famiglia in cui le relazioni interpersonali spesso rispondono alle leggi dell’opportunismo, dell’egoismo e della prevaricazione; l’opera è imbevuta da uno forse spirito anticlericale infatti l’autore sottolinea il coinvolgimento del clero nelle lotte di potere e per accumulare ricchezza a scapito dei più elementari principi di carità cristiana e di dichiarata povertà perché esso è legato alle famiglie più potenti da vincoli di sangue e dalla condivisione di interessi, scopi, politica più che ai principi della Chiesa.

Ne I viceré viene raccontata, attraverso le vicende della famiglia Uzeda, il disfacimento fisico e morale della nobiltà agraria in Sicilia dagli anni del Risorgimento fino all’Unità d’Italia con l’impresa dei Mille del 1860 e la presa di Roma del 1870, che tanto entusiasmo e speranze avevano sollevato nel popolo, in seguito alle promesse di riforme sospirate da tanti ma osteggiate dalla classe dominante che non aveva nessuna intenzione di cedere i privilegi fino ad allora garantiti da una struttura sociale di stampo feudale che aveva bisogno di mantenere il popolo ignorante e schiacciato dalla miseria.

I viceré sono gli Uzeda, una antica famiglia di origine spagnola, depositaria di una grande fortuna ma lacerata da rivalità tra i vari fratelli, sorelle, zii e cugini, cognati in cui ciascuno cerca di arraffare un po’ di gloria, ricchezza, amore. De Roberto mette a nudo, attraverso la storia, una società patriarcale in cui il patrimonio e il titolo nobiliare va al figlio maggiore condannando gli altri al convento oppure a matrimoni combinati ma comunque soggetti al capostipite.

Sullo sfondo i grandi cambiamenti politici e sociali dell’Italia unificata, le grandi aspettative del popolo e della borghesia che sperava nelle riforme che modernizzassero il Paese riducendo il divario tra le classi sociali. Quindi, da una parte, L’Unità d’Italia ha segnato la fine di una classe sociale arroccata su antichi privilegi, eppure, come ha sostenuto amaramente, Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo, quella classe sociale, non ha alcuna intenzione di farsi da parte e cercherà con ogni mezzo di riciclarsi nella nuova struttura sociale, famosa la frase del conte Salina: “Cambiare tutto per non cambiare nulla.”

Il parallelo tra i viceré e l’opera il Gattopardo è inevitabile perché il tema trattato è lo stesso anche se i toni e il linguaggio sono differenti, l’atmosfera del Gattopardo è pervasa da una profonda amarezza, da una mestizia espressa dalla figura del conte Salina che avverte il crollo di una società, la sua, ed è consapevole di vivere sul confine tra il vecchio e il nuovo mondo al quale lui non appartiene e mette in guardia i suoi contemporanei nel ricordare che tutto può cambiare ma che, purtroppo i pregiudizi, e i privilegi rimangono ma sono appannaggio di altri. De Roberto compie invece una feroce denuncia sociale forse senza speranza, analizza infatti la società, ne evidenzia i misfatti e le ingiustizie ricorda le speranze del popolo che invece non ci sarà e i nuovi padroni sostituiranno i vecchi in un ciclo senza fine.

 

 

 

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1 Commento

  1. Sì concordo pienamente con le considerazioni fatte. A suo tempo anch’io l’avevo proposto al mio gruppo di lettura, tuttavia con apprezzamenti discordi…

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