GLI INTRAMONTABILI: IL GATTOPARDO Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Mi limitavo ad amare te, di Rosella Postorino

GLI INTRAMONTABILI: IL GATTOPARDO, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Feltrinelli)

 

            La storia degli uomini si ripete all’infinito. Tutto nel cambiare rimane uguale. Tutto nel rimanere uguale cambia.

 

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Vincitore del premio Strega 1959, “Il Gattopardo” è un romanzo che si è stratificato per tutta una vita dentro il suo autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Fu rifiutato dall’intelligence e dall’editoria finché lui visse. Ma appena pubblicato ebbe subito un riscontro positivo.

È un romanzo sul Risorgimento, sui Siciliani e le loro terre, è un capolavoro che subito ha avuto risonanza a livello internazionale. Ancora oggi, il suo successo perdura portando in sé i germi e il disagio dell’uomo contemporaneo, con le sue riflessioni sul tempo che scorre, sul significato della vita e della morte. È un resoconto della vita e della società in Sicilia durante il Risorgimento, durante i cambiamenti epocali da Regno Borbonico a Regno d’Italia, durante la spedizione dei Mille di Garibaldi.

 

 

Nel 1963, Luchino Visconti lancia l’omonimo film interpretato da Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon e Paolo Stoppa. Volti che ormai il nostro immaginario associa ai personaggi del romanzo: don Fabrizio Corbera, principe di Salina, il giovane principe decaduto Tancredi Falconeri, la bellissima Angelica e suo padre, don Calogero Sedara, il ‘nuovo uomo’, scaltro, furbo, intelligente, spregiudicato, arricchitosi sulle disgrazie altrui, arrivista e opportunista.

Da tempo Giuseppe Tomasi di Lampedusa meditava di raccontare la storia della sua Sicilia attraverso le vicende della famiglia. In particolare voleva rendere immortale il bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi, nell’opera il principe Fabrizio Salina, vissuto durante il Risorgimento. Era un uomo di grande cultura, amante della letteratura, fine poeta egli stesso. Appassionato di astronomia, aveva persino realizzato un osservatorio astronomico per le sue ricerche personali.

 

 

Nel romanzo del bisnipote, la Sicilia che intravediamo è fatta di paesaggi che rispecchiano l’animo di chi li abita; gli eventi sembrano modificare il paesaggio intorno – o meglio le nostre emozioni ne modificano la percezione: «il paesaggio ostentava tutte le proprie bellezze. Sotto il lievito del forte sole ogni cosa sembrava priva di peso: il mare, sullo sfondo, era una macchia di puro colore, le montagne che la notte erano apparse temibili, piene di agguati, sembravano ammassi di vapore sul punto di dissolversi, e la torva Palermo stessa si stendeva acquetata intorno ai Conventi come un gregge ai piedi dei pastori.» (p 58)

Il principe dovrebbe essere in subbuglio per le emozioni contrastanti che lo agitano; invece, il richiamo dei sensi, il senso del dovere, l’amore per le cose belle, la moralità stantia dell’istituzione religiosa, l’impossibilità di avere un ruolo nella cosa pubblica e nei cambiamenti in atto, tutto questo viene tramutato in una sorta di resa a sentimenti pacati: «La quiete che le scoperte politiche della mattinata avevano instaurato nell’anima del Principe era tale che egli non fece se non sorridere di ciò che in altro momento gli sarebbe sembrato un’insolenza.» (p58)

 

 

Una sorta di rassegnazione che annichilisce l’animo. Il Principe non trova parole da condividere con i suoi simili. Ma nemmeno pensieri. Speranze. Idee. Valori. Né col prete, né con la moglie, né con l’amante, forse con Angelica potrebbe. Ma non gli è data questa possibilità. Troppo giovane e promessa sposa del nipote Tancredi. Però al vecchio “zione” (così lo chiamano i giovani innamorati) è concesso un ballo che per un attimo lo fa sognare: «ad ogni giro un anno gli cadeva giù dalle spalle» (p 226)

Forse anche un buon libro o una bella poesia soddisfano la sua sete ddi un più vasto orizzonte. Ma l’inesorabile incedere del tempo con le sue quotidiane ripetizioni appiattisce passioni e emozioni e impedisce di andare oltre, di vedere l’altro. Di vedere il Principe. Forse anche lui si comporta allo stesso modo con gli altri. Se ne rende conto? Confidarsi con il suo cane da caccia, o osservare le stelle lo assolvono, agli occhi del lettore, dalle sue mancanze: «Vedi, tu Benedicò, sei un po’ come loro, come le stelle: felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia.» (p 97)

 

 

Le stelle creano visioni superlative: «Venere brillava, chicco d’uva sbucciato, trasparente e umido, e di già sembrava di udire il rombo del carro solare che saliva l’erta sotto l’orizzonte.» (p106)

Le stelle sono il richiamo verso l’infinito, come quando, in fin di vita, stremato dagli eventi, stanco della festa di ballo, torna a casa a piedi, in cerca di ristabilire un equilibrio con il suo presente: «la verità era che voleva attingere un po’ di conforto guardando le stelle. Ve n’era ancora qualcuna proprio su, allo zenith. Come sempre il vederle lo rianima; erano lontane, onnipotenti e nello stesso tempo tanto docili ai suoi calcoli; proprio il contrario degli uomini, troppo vicini sempre, deboli e pur tanto riottosi.» (p 232)

E allora nel ripensare alla sua vita, un pensiero universale si fa strada: «nell’ombra che saliva si provò a contare per quanto tempo avesse in realtà vissuto: […] “Ho settantatré anni, all’ingrosso ne avrò vissuto, veramente vissuto, un totale di due… tra al massimo.” E i dolori, la noia, quanto erano stati? Inutile sforzarsi a contare: tutto il resto: settant’anni.» (p 245) Osservazione messa in bocca a un principe, che tutto sommato non ha da faticare per sopravvivere. Ma che avverte tutta la pochezza del vivere.

 

 

Così, sua figlia Concetta arriverà alle stesse conclusioni, ormai vecchia zittella, vestigio di un mondo che fu. «Tancredi […] erano state parole di amore verso di lei […] Dal fondo atemporale dell’essere un dolore nero salì a macchiarla tutta dinanzi a quella rivelazione della verità. […] Ma era poi la verità questa? In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l’opportunismo, la carità, tutte le passioni le buone quanto le cattive su precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso. E l’infelice Concetta voleva trovare la verità di sentimenti non espressi ma soltanto intravisti mezzo secolo fa! La verità non c’era più; la sua precarietà era stata sostituita dall’irrefutabilità della pena.» (p 264)

 

 

Nelle vicende della famiglia principesca si annusano le grandi tematiche affrontate in questo libro: la negazione della storia e la sterilità dell’agire umano. La Storia, quella che si studia a scuola, diventa una sorta di romantica avventura e la Sicilia rimane un’entità astratta, un contenitore metafisico sempre uguale a se stesso, che potremmo chiamare “sicilianità”. Ma il fallimento esistenziale del Gattopardo è quello che Tomasi di Lampedusa aveva subodorato negli anni in cui scriveva. Lo stesso nel quale noi oggi a fatica respiriamo, mentre lo leggiamo.

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” E anche oggi, il messaggio ultimo de “Il Gattopardo” è attualissimo. Il tempo e i tempi non lasciano spazio.  Il romanzo ci indica i nostri limiti temporali con toni malinconici, toccanti, mai stucchevoli e con tanta saggezza.

Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto  

 

GLI INTRAMONTABILI: IL GATTOPARDO Giuseppe Tomasi di Lampedusa

 

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