FRATELLI DI SANGUE Ernst Haffner

FRATELLI DI SANGUE, di Ernst Haffner

“Fratelli di sangue”, meglio noto in patria con il titolo “Gioventù sulla strada a Berlino”, è un libro che venne messo al rogo il 10 maggio 1933. Il suo autore, Haffner, nella capitale tedesca svolse l’attività di assistente sociale tra il 1925 e il 1933 e, allo stesso tempo, pubblicava articoli sui giornali; dal 1938 si persero completamente le sue tracce. Nel 1943, a causa dei bombardamenti, venne distrutto l’archivio della casa editrice che aveva pubblicato la sua opera; e, con esso, scomparvero gli ultimi resti dell’esistenza di Haffner. Dopo 80 anni quest’opera, finalmente, rivede la luce.

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Chi sono i fratelli di sangue? Sono un gruppo di ragazzi che vive alla giornata, per le strade di Berlino, tra lo sporco e il freddo. Le loro uniche preoccupazioni consistono nel trovare cibo per l’insaziabile stomaco e un posto riscaldato per la notte. Riescono a sopravvivere giorno per giorno grazie a qualche lavoretto, magari anche qualche furto, mentre in altri casi sono costretti a prostituirsi; ma tutto quello che fanno, lo fanno aiutandosi l’un l’altro, sono molto leali fra di loro. Tuttavia devono riuscire a non farsi beccare dalle forze dell’ordine, perché l’alternativa è tornare nei tanto odiati riformatori. Così, tra un pezzo di pane e un bicchiere di qualche bevanda alcolica, alcuni di loro cercano l’amore dalle loro coetanee, ragazze povere e vagabonde spesso costrette a vendere il proprio corpo; in questi casi, nei giorni successivi diventa inevitabile la trafila dal dottore, a causa di qualche malattia venerea.

 

Col passare del tempo questo gruppo diventa una vera e propria banda criminale, dedita a furti organizzati e pronta a “fare a botte” con bande rivali. Non tutti sono d’accordo a svolgere questo tipo di attività: due di essi, infatti, decidono di andarsene per provare a svolgere un lavoro onesto, nonostante le difficoltà e la mancanza di documenti personali.

Ciascuno di questi “fratelli” viene sottoposto giorno per giorno a dure prove, piccoli e grandi prodezze che non sempre lasciano una via d’uscita, una seconda possibilità. L’autore, voce neutrale per la maggior parte del romanzo, solo in alcuni punti mostra il proprio pensiero, derivato dal contatto diretto con questo lato della società: le loro azioni non sono sempre frutto di una scelta, di uno stile di vita condiviso appieno. In fondo sono ragazzini lasciati allo sbando, senza famiglia, senza una casa pronta ad accoglierli; e forse aspettano qualcuno che, invece di sbatterli in carcere o in riformatorio, provi per una volta ad ascoltarli e a dar loro fiducia.

 

“Un osservatore superficiale di quell’ambiente troverebbe la vera malavita berlinese noiosa da morire. Nulla, assolutamente nulla d’interessante. […] Sono necessari studi più accurati per comprendere davvero le persone che hanno vegetato per tutta la vita tra brevi momenti di libertà, lunghi anni di carcere, eterna fuga dalla legge per poi languire, dopo qualche giorno di gioia, in una miseria ancora più profonda. Un destino scelto liberamente? Non sempre! La giovinezza trascorsa al riformatorio, un vero e proprio apprendistato per diventare un trasgressore della legge, non è, maledizione, un destino scelto liberamente. E dopo pregiudicato! […] Persone che avrebbero preferito di gran lunga adattarsi a una vita regolare”.
“Berlino, questa enorme, spietata Berlino, non può essere affrontata da soli per estorcerle il minimo giornaliero. L’hanno provato innumerevoli notti, cosa significa: vagabondare da soli, completamente soli per le strade addormentate. […] In due è tutta un’altra cosa. La notte non è così lunga, così fredda, e i morsi della fame non sono così feroci”.

 

 

Un libro che merita di essere letto perché mostra le strade e i luoghi di una Berlino sconosciuta, ma viva e pulsante, nonostante il regime che si stava insediando in quegli anni. Il taglio sociale e “documentario” non lo rende affatto un romanzo descrittivo o pesante, anzi è piuttosto scorrevole. Consigliato!

Ah, dimenticavo! I personaggi di questo libro mi hanno ricordato quelli del bellissimo film “C’era una volta in America”…

Recensione di Martina Zucchini

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