CRISTO SI È FERMATO A EBOLI Carlo Levi

CRISTO SI È FERMATO A EBOLI, di Carlo Levi

Recensione 1

La prosa piana e la potenza del narrato in un realismo figurale di continuo scambio fra realtà e immagine, questo è il romanzo di Carlo Levi.

In un scenario di landa atemporale, simile a un indefinito limbo dantesco, i personaggi, figure grottesche dalle sembianze animalesche, si aggirano fra un paese di argille malariche territorio di spiritelli e briganti.

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I volti e i corpi, lo scenario dei paesaggi, deformati dalla focalizzazione interna del protagonista, rimandano visioni cristallizzate in un tempo vuoto e ozioso dominato da simboli arcaici e da dèi che regnano nel profondo della terra arida.

Terra di una Madonna dal viso nero, non la pietosa Madre di Dio, ma una divinità sotterranea, nera delle ombre del grembo della terra, una Persefone contadina, una dea infernale delle messi.

Il libro di Carlo Levi è il ritratto di un tempo trasfigurato in una realtà a se stante, microrganismi contadini, tutt’uno con la terra madrina, che si muovono dimenticati dalla civiltà (quale?), sopra le pendici di colli grigi, di montagne minacciose, terreni aridi e desolati, in un’atmosfera circondata di sacralità che incute spavento e al contempo rispetto.

Carlo Levi è testimone involontario di esistenze rimaste sospese in un vuoto temporale, schiacciate dalle loro primitive credenze in un miscuglio barbarico e medioevale di riti magici, stregonerie e amuleti, perché Cristo – lo Stato padre, il “Sacro Romano Impero” con il suo Duce (Mussolini), la Chiesa con il suo Papa impegnati nell’astratto goliardico piacere di potenza – lì in quelle terre concrete non è mai arrivato.

“Cristo si è fermato a Eboli” è un libro potente nelle descrizioni perché sostenute con tono alto, è un’attestazione evocativa, selva di figure allegoriche, di gente esistente.

“Cristo si è fermato a Eboli” è un libro che va letto per la sua bellezza impressionista, per l’ottimismo mordente e inciso con il quale l’autore racconta come la vita è tutta una tragedia senza teatro.

Grande ammirazione stilistica, per quanto mi riguarda.

Sebbene la potenza della scrittura potrebbe sembrare eccessiva offuscando del tutto la realtà, Levi, simile a un abile pittore, riversa i colori in quei scenari opachi, in quei visi gialli, in quei corpi resi deformi dalle malattie, traendone la forza narrativa per coinvolgere il lettore nell’atmofera rarefatta di quel reale paese del Sud, così riuscendo a fare empatizzare il lettore con quegli esseri cosi lontani al fine di renderli palpabili. Se non enfatizzava le immagini Carlo Levi sapeva che avrebbe perso quei lettori annoiati e distanti, per forma mentis, da una lunga e irrisolta questione storica.

Della questione meridionale mi astengo, malgrado sia il tema principale della narrazione giacchè tutto ha inizio da quel 17 marzo 1861, da quell’Unità d’Italia che non ha tenuto in considerazione l’esistenza dei singoli “mondi”, culture, usi e costumi diversi, all’interno di una nazione frammentaria e dai vissuti differenti, spremendo e abbandonando al suo destino quello che di solito viene considerato il popolo, che dell’unità è il vero fulcro.
Ma il discorso è troppo lungo e continua, per certi versi, ancora.

“Giulia era una donna alta e formosa, con un vitino sottile come quello di un’anfora, tra il petto e i fianchi robusti. Doveva aver avuto, nella sua gioventù, una specie di barbara e solenne bellezza. Il viso era ormai rugoso per gli anni e giallo per la malaria, ma restavano i segni dell’antica vetustà nella sua struttura severa, come nei muri di un tempio classico, che ha perso i marmi che l’adornavano, ma conserva intatta la forma e le proporzioni…”

Trasposizione cinematografica (1979) di Francesco Rosi con un grandioso Gian Maria Volonté nella parte di Carlo e una monumentale Irene Papas nella parte di Giulia

Recensione di Patrizia Zara

 

Recensioni 2

Quando ci sono cose che non mi piacciono della mia terra, ricorro a questa frase per esternare la mia delusione, la mia rabbia e tante volte la mia rassegnazione.

Devo ammettere però che mi ha sempre dato anche un fastidioso senso di emarginazione e pur sapendo che era il titolo di un libro di Carlo Levi, ho sempre evitato di leggerlo.

Per paura di ciò che vi avrei trovato o forse per paura di dar ragione a chi denigra questo pezzo dell’Italia sempre indietro di almeno 50 anni (questo spesso dice chi da qui parte e poi ritorna).

 

C’è un tempo per tutto. Il libro mi è piombato in casa l’estate scorsa, la prof di mio figlio lo ha dato come lettura estiva…il tempo scorreva e io lo guardavo…il momento è arrivato.

L’ho amato e lo consiglio a chi come me è nato in queste terre, anche se anni dopo la venuta di Carlo Levi, perché riconoscerebbe, nelle sue descrizioni, racconti di vita, di sacrifici, di povertà ma anche di condivisione, superstizione, di ospitalità e di rassegnazione, che tante volte nonni e genitori ci hanno trasmesso.

Lo consiglio, però, anche a chi della Lucania o Basilicata non conosce nemmeno l’esistenza perché è un libro tremendamente attuale, che descrive lo stato che cambia nei soggetti che lo rappresentano ma mai nel ruolo di padrone. Lo stato che non guarda alle reali esigenze del popolo ma all’interesse dei singoli che per motivi diversi si trovano a esercitarne il potere.

 

Carlo Levi da confinato per motivi politici in un paesino isolato del materano, Gagliano (attuale Aliano), divenne punto di riferimento della comunità Gaglianese, che a sua volta non dimenticherà mai, anche dopo essere andato via.

Infatti, alla sua morte mantenne la promessa fatta di ritornare in quella terra argillosa in cui non nascevano fiori, in cui la gente era povera e afflitta dalla malaria ma che gli aveva dato più di qualsiasi altro luogo.

Recensione di Marinella Santopietro

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