CASTELLI DI RABBIA Alessandro Baricco

CASTELLI DI RABBIA, di Alessandro Baricco

 

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La furbizia sta nello giocare con le parole, che a quanto pare Baricco ne possiede un grosso, inesauribile bagaglio. La genialità si sposa con il non senso. L’abilità nasce dal far credere ai lettori di non avere letto una storia qualunque, ma delle storie che si intersecano, si intrecciano tra realtà, sogno e immaginazione, storie figuratamente fantastiche. Stilisticamente ben scritte. Originalissime.

E così cadere nel tranello di sentirsi partecipi alla grandiosità delle follie altrui, sentirsi al di sopra della normalità, blandendo la propria assoluta stupidità nello spacciare la quieta mediocrità per genialità mascherata. Le storie di Baricco in “Castelli di rabbia” sono storie intensamente e volutamente umane. Raccontate da sempre: Alice e il suo paese delle meraviglie, Pinocchio, il Genio della lampada etc., favole, fiabe, cantastorie…
Gira, gira la ruota panoramica di quel criceto impazzito.

 

 

E poi quelle frasi buttate, così, che fanno sempre un certo effetto, alla Pessoa o alla Coelho. Frasi da sottolineare, estratti solitari che acquistano un filosofico significato tanto da produrre un effetto balsamo per chi li riporta nei pubblici diari telematici: unguento dell’anima che si espande a dismisura a forza di like. In realtà sono frasi che tutti noi conosciamo, sono soltanto ben nascoste dentro la nostra testa o il nostro cuore, fate voi, e vogliamo sentirceli dire poiché ci fa piacere sorprendersi che viaggiamo tutti nello stesso treno. Dopotutto!

Perlopiù sappiamo che la natura egoisticamente fa il suo corso, “non importa che razza di giorno arriva a spegnere (la sera). Magari era stato un giorno eccezionale, ma non cambia nulla. Arriva e lo spegne” e sappiamo anche che l’essere umano tendenzialmente volge verso l’infinito e questa tendenza lo illude di essere il prescelto “non sarebbe niente se solo si avesse di fronte l’infinito”.

 

 

Già la vita è un casino tremendo. In linea di massima si è chiamati ad affrontarla in stato di assoluta e radicale impreparazione. Perché ci sono gli avverbi che scombinano tutto: quelli senza -in e quelli con in (confutabile e inconfutabile, controvertibile e incontrovertibile, utile e inutile e così via). Tanto da non sapere se essere ragni o mosche.

“La ragnatela che era la sua anima era tornata ad essere una trappola per quelle strane mosche che sono le idee”

Baricco è furbo, genialmente furbo; fa vagare le storie lungo quelle inesistenti rotaie, lasciando al lettore la loro personale costruzione. E si diverte a sparare i suoi proiettili, ” il proiettile corre e non sa se ammazzerà qualcuno o finirà nel nulla, ma intanto corre e nella sua corsa è già scritto se finirà a spappolare il cuore di un uomo o a scheggiare un muro qualunque. Lo vede il destino? Tutto è già scritto eppure niente si può leggere”.

E a stuzzicare le nostre note musicali, la nostra musichetta personale, che cominciano a girare, nel silenzio universale, nella testa…
E pur non comprendendo a fondo i personaggi di un’immaginaria cittadina chiamata “Quinnipak” stranamente ti senti, tu lettore o lettrice, coinvolto/a nelle loro storie, nei loro apparentemente illogici dialoghi. Cerchi di colmare quei continui e fastidiosi puntini di sospensione, quelli che mettono ansia. E ti fa rabbia non riuscire a salvare quei castelli “di sabbia” che i personaggi, anomali e particolari come te, caro lettore, hanno innalzato, procedono in bilico tra la genialità delle loro idee e l’emozionante e rassicurante miseria della loro esistenza qualunquista.

 

 

Tutto in questo libro si incastra alla perfezione: senso e non senso, lucidità e follia, sesso e amore, vita e morte, scodellando qua e là, nel narrare con lucida consapevolezza -direi, più precisamente e per sensazione, presuntuosa consapevolezza – munifici aforismi, salvifiche citazioni senza una stonatura o sbavatura tranne tutti quei fastidiosi e inutili puntini…

I personaggi, da Rail e la sua locomotiva, a Jun e la sua irresistibile bocca, da Pekisch e il suo umanofogo, a Pehnt e la sua giacca nera, dal vecchio Andersson e il suo brevetto, al Hector Horeau e il suo Crystal Palace, si muovono nel palcoscenico di Quinnipak.

Sono personaggi alla Godot, aspettano, e nell’aspettare l’inevitabile, l’inimmaginabile, impazziscono e…
Leggetelo. Ne esce un Baricco antipatico e presuntuoso ma è innegabile che ci sa fare con le parole, centrando un squinternato bersaglio…

Recensione di Patrizia Zara
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