CANTO DI NATALE Charles Dickens

CANTO DI NATALE, di Charles Dickens

 

 

 

Recensione 1 

Siamo nel 1843, e Dickens lo scrive con un’urgenza che si sente ancora: non nasce come fiaba per bambini, ma come racconto per adulti, scritto dentro un’Inghilterra vittoriana attraversata da povertà, lavoro massacrante, disuguaglianze esibite. La cornice fantastica non addolcisce: serve a farci entrare, senza troppe difese, in un discorso morale che altrimenti respingeremmo.

Scrooge lo conosciamo tutti e non serve riassumere. Mi interessa il bersaglio: non è soltanto l’avaro caricaturale, è l’uomo che ha trasformato il calcolo in virtù, la durezza in “buon senso”, la fragilità altrui in seccatura. Dickens non lo salva per magia: lo costringe a guardare. E la notte dei tre Spiriti funziona come un congegno lucidissimo: passato, presente e futuro come specchi, non come consolazione.

Perché leggerlo oggi? Perché parla benissimo al nostro tempo. La fatica che si irrigidisce in cinismo, la solitudine che si traveste da efficienza, l’idea che il legame sia una perdita di tempo. E perché sotto le luci natalizie resta un nucleo sociale duro: esclusione, infanzia vulnerabile, l’ipocrisia con cui impariamo a considerare “naturali” certe ingiustizie. È un racconto natalizio nel senso più serio: non celebra l’armonia, ci chiede quanto siamo disposti a pagarla in attenzione, responsabilità, cura.

Sul piano della scrittura è un piccolo capolavoro di ritmo e contrasti: corre, alterna ironia e buio, sa essere comico e inquietante nello stesso giro di pagina. È questo equilibrio che lo tiene vivo: ci accompagna con la fiaba e intanto ci porta in un luogo scomodo, dove non si può far finta di niente.

Se vi va di ascoltarlo, io consiglio l’audio nell’interpretazione di Alberto Rossatti: la sua voce aggiunge calore con misura e rende percepibili i cambi di registro — sarcasmo, paura, tenerezza — senza appiattirli. In audio, Canto di Natale perde l’etichetta “per bambini” e torna a quello che è: una storia sull’energia morale, su come trattiamo gli altri, su che tipo di adulti scegliamo di essere.

Non è un racconto che si rilegga con regolarità: spesso lo conosciamo per immagini, citazioni, adattamenti. Proprio per questo, riconsiderarlo — sulla pagina o in audiolibro — sorprende: non è un ricordo d’infanzia, è una scossa pulita, che rimette al centro i legami e la responsabilità, senza alzare la voce.

Recensione di Karin Zaghi

 

Recensione 2

” Il Canto di Natale” (A Christmas Carol), noto anche come Cantico di Natale o Ballata di Natale, è un romanzo breve di genere fantastico del 1843 di Charles Dickens (1812-1870), di cui è una delle opere più famose e popolari.

È il più importante della serie dei Libri di Natale (The Christmas Books), una serie di storie che include anche “Le campane” (The Chimes, 1845),” Il grillo del focolare” (The Cricket on the Hearth, 1845),”La battaglia della vita” (The Battle for Life, 1846) e “Il patto col fantasma” (The Haunted Man, 1848).

È la storia di un vecchio burbero e avaro Ebenezer Scrooge che in una sola notte riceve, dopo la visita del suo vecchio e defunto socio in affari Bob Marley, quella di tre spiriti di Natale: lo spirito dei Natali passati che gli mostra la sua infanzia, e le sue speranze e sogni di gioventù, quello dei Natali presenti che gli rivela tutta la sua grettezza, avarizia e meschinità e quello dei Natali futuri che gli mostra come sarà solitaria la sua morte e quanto poco sarà pianto.

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Quando si risveglierà Scrooge sarà cambiato e non solo festeggerà il Natale, ma ogni giorno della sua vita.

Nel mondo anglosassone è un libro “cult”.

In molte casa si usava (e forse si usa ancora) leggerlo la sera della Vigilia.

Spesso era una stessa persona a farlo interpretando i vari personaggi.

Scooge è tanto famoso da aver ispirato alcuni personaggi come zio Paperone (oncle Scrooge) e l’avaro Mr Potter del film “La vita è meravigliosa” di Frank Capra.

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La parte finale del racconto rende bene come esso sia un inno alla fratellanza oltre ogni credo religioso.

” Scrooge fu anche più largo della sua parola. Fece quanto aveva detto, e infinitamente di più; e in quanto a Tiny Tim, che non morì niente affatto, gli fu come un secondo padre.
Divenne così buon amico, così buon padrone, così buon uomo, come se ne davano un tempo nella buona vecchia città, o in qualunque altra vecchia città, o paesello, o borgata nel buon mondo di una volta.
Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente. Poiché ciechi aveano da essere, meglio valeva che stringessero gli occhi in una smorfia di ilarità, anzi che essere attaccati da qualche male meno attraente.
Anch’egli, in fondo al cuore, rideva: e gli bastava questo, e non chiedeva altro.
Con gli Spiriti non ebbe più da fare; ma se ne rifece con gli uomini.
E di lui fu sempre detto che non c’era uomo al mondo che sapesse così bene festeggiare il Natale.
Così lo stesso si dica di noi, di tutti noi e di ciascuno!
E così, come Tiny Tim diceva: “Dio ci protegga tutti e ci benedica”.
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Di Eva Gambardella

 

SPECIALE CHARLES DICKENS: autore profondo e sconvolgente!

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