BAUMGARTNER Paul Auster

BAUMGARTNER, di Paul Auster (Einaudi – novembre 2023)

Recensione 1

Ho accolto il ritorno di Paul Auster con un po’ di commozione. Non ho potuto fare a meno di pensare alle sue recenti vicende personali, al fatto che abbia scritto questo breve romanzo dal letto di un ospedale.

Niente piagnistei. Niente retorica. Solo una speranza: fa’ che non sia l’ultimo.

È questo lo spirito con cui sono entrato, in punta di piedi, nella vita di Seymour Baumgartner, il suo nuovo, ennesimo, alter-ego. Non la vita tutta, ma una parte, un segmento della sua esistenza, ormai avviata verso il viale del tramonto.

Dopo aver perso la amata moglie Anna, poetessa e traduttrice, il vecchio Seymour (per gli amici Sy) si aggira per le stanze della loro casa, fra mucchi di appunti e pile di libri. Uomo di lettere, scrittore, professore di filosofia in pensione, questo elegante e raffinato intellettuale sente ancora il picchiettare sui tasti della macchina da scrivere di Anna, il suo profumo nella stanza da letto, la sua voce dall’altra parte della cornetta di un telefono muto.

Siede su una sdraio fuori dalla sua bella casa, in una spledida giornata di sole, mentre ripensa a un momento di magia, la sua Anna distesa sull’erba accanto a lui. Non ricorda esattamente dove fosse situato il prato, ma ricorda di aver detto a sé stesso: “Ricorda questo momento, piccolo uomo, ricordalo finché campi, perché non ti accadrà mai nulla di più importante di quello che ti sta accadendo in questo momento”.

Ma «la sorte di chi vive più a lungo» – scrive Gabriele Romagnoli – «non è una maledizione, è aritmetica: sottrazione e risultato». A Seymour è toccato di restare, di sopravvivere. Alla psicologa che gli dice di non aver ancora preso davvero coscienza di quello che gli è successo, risponde con decisione: «Quello che è successo non è successo a me, ma ad Anna».

Seymour darebbe tutto per riavere la sua amata, per non avvertire più quella sindrome da “arto amputato”, quel dolore fisico che segue alla perdita di un braccio, di una gamba.

C’è un passaggio in “Livelli di vita” , in cui Julian Barnes, prima polemizza col mito di Orfeo, poi si convince in un attimo. Orfeo ha decisamente avuto ragione. Anche Seymour si volterebbe a guardare l’amata, pur sapendo che ciò gli costerebbe la vita. Anche lui sceglierebbe di «perdere il mondo per uno sguardo».

Eppure vive, frequenta persone nuove, si innamora. Scrive un nuovo libro, poi un secondo, poi ne concepisce un terzo. Finché qualcuno gli telefona e gli chiede il permesso di mettere mano al materiale inedito di Anna.

Non dirò cosa il futuro riserverà a Seymour, cosa contengono le pagine del suo “Diario d’inverno”, né di quali parti e quante pagine sia composto. Anche perché non lo so.

Quel che dirò, è che la commozione che ha accompagnato la lettura delle prime pagine, si è pian piano tramutata in un sorriso.

La tristezza per un addio sempre più vicino (ma speriamo ancora molto, molto lontano), è stata spazzata via, prontamente sostituita dalla gioia di potersi nuovamente abbandonare alla voce di questo narratore meraviglioso. Di poter sospendere l’incredulità, per dire sì, ancora una volta, a quel «patto narrativo», alla luce di una sola domanda, sempre quella, che è poi la stessa che si pone Seymour: «Se una storia risulta così potente e sbalorditiva da lasciarci a bocca aperta e ci dà la sensazione di aver cambiato o arricchito o approfondito la nostra visione del mondo, è importante che sia vera?»

Ho concluso la lettura animato da una solare fiducia, una gioiosa consapevolezza: la voce di questo leone dagli occhi di marmo, i suoi libri, le sue parole, faranno per sempre parte di me.

E se volete che vi racconti come si calcola il peso del fumo, non avete che da chiedere.

Recensione di Valerio Scarcia

Recensione 2

Sy Baumgartner, vedovo di 71 anni e docente universitario e scrittore, vaga per le stanze della sua casa, bruciandosi la mano su una pentola che aveva messo a bollire, chiedendosi perché è entrato nella stanza, e poi ricordandosi che avrebbe dovuto chiamare sua sorella.

La sua amata moglie è morta in un incidente una decina di anni prima e lui non si è ancora ripreso, né è tornato a vivere una vita appagante. Ha una sorta di infatuazione per la sua autista di consegna UPS (è arrivato a comprare libri inutili in maniera compulsiva pur di vederla arrivare) ed è ansioso di fare amicizia con il lettore del contatore della luce. La maggior parte del libro si sofferma sui suoi ricordi, sia dell’infanzia, sia dell’incontro, del matrimonio e della successiva elaborazione del lutto per la sua amata Anna. La sezione centrale del libro segue la sua relazione con una collega di università, mentre lui sta esaminando tutte le poesie e gli scritti incompiuti che, durante la sua vita, sua moglie non aveva avuto interesse a pubblicare, in modo da poter mettere insieme una raccolta postuma.

Paul Auster scrive con la sua solita grazia elegiaca, ma si fatica a sentire un forte legame con i personaggi, forse anche a causa della brevità della storia. Molto interessanti sono invece le considerazioni sull’invecchiamento, la solitudine e la perdita. Finale invece deludente (specie per chi detesta i finali aperti). Ma comunque, averne di scrittori come Paul Auster.

Recensione di Moreno Migliorati

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