AUSCHWITZ, città tranquilla. Dieci racconti Primo Levi

AUSCHWITZ, città tranquilla. Dieci racconti, di Primo Levi

 

“Pensava una cosa che non aveva pensata da molto tempo, poiché aveva sofferto assai: che il dolore non si può togliere, non si deve, perché è il nostro guardiano. Spesso è un guardiano sciocco, perché è inflessibile, è fedele alla sua consegna con ostinazione maniaca, e non si stanca mai, mentre tutte le altre sensazioni si stancano, si logorano, specialmente quelle piacevoli. Ma non si può sopprimerlo, farlo tacere, perché è tutt’uno con la vita, ne è il custode.”
Dieci racconti.
Due poesie a fare da cornice.
Dante onnipresente.
Un titolo inquietante, un paradosso agghiacciante…
…questo è “Auschwitz, città tranquilla” di Primo Levi.

Un Levi inedito, almeno per me, non semplicemente vittima e testimone della Shoa, ma un Levi distopico, fantastico…un grande, grandissimo scrittore.

Levi che con la sua forza immensa di osservare, di distaccarsi con una parte di sé e della propria mente, dagli orrori che non ha subito passivamente, si è interrogato su quello che gli stava accadendo.

In questo libro racconta e indaga il Lager, Auschwitz, ma con una visuale diversa e ce lo ripropone come una realtà fuori dal tempo e dallo spazio, ma pur sempre presente, come un gas che silenzioso si espande e indisturbato si diffonde.

Levi ricorre anche in questo testo alla potenza di Dante, ma qui lo vive meno di pancia e di cuore e più di testa. E’ un Dante più ragionato.

E’ il Dante di un grande scrittore, mentre quello del meraviglioso Canto di Ulisse di “Se questo è un uomo” è il Dante di un uomo disperato, che si aggrappa a lui per restare vivo, per sentirsi ancora essere umano nonostante tutto.

 

 

Sostanzialmente questi 10 racconti, alcuni autobiografici che ci raccontano di Levi tornato “alla normalità”, sono una denuncia velata, ma neanche troppo, alle nefandezze del nazismo, non solo nei confronti degli ebrei ma dell’umanità tutta: considerare l’uomo una cosa, il razzismo come fondamento di un’ideologia e la volontà di manipolare l’essenza dell’animo umano.

Non c’è truculenza, niente di macabro o claustrofobico, non si vive la mancanza di luce, la fame divorante, le percosse, le esecuzioni, le docce letali e i forni, descritti in “Se questo è un uomo”, ma si percepisce lo stesso freddo, lo stesso gelo che stringe il cuore, l’indignazione per quello che è successo e la paura che possa riproporsi in altre forme.

Fa riflettere molto, perché ci invita a interrogare la storia, i fatti, per cercare di capire il funzionamento di quei luoghi, di quel sistema capovolto, malato, di quelle persone…tutte: aguzzini, collaboratori, vittime e di tutti coloro, molti purtroppo, che hanno girato la testa da un’altra parte.

Questo libro ci invita non a trovare ma piuttosto a cercare, ad affrontare la nostra ignoranza e la nostra pigrizia, a “formulare meglio le domande”.
“Nel mondo reale gli armati esistono, costruiscono Auschwitz, e gli onesti ed inermi spianano loro la strada; perciò di Auschwitz deve rispondere ogni tedesco, anzi, ogni uomo e dopo Auschwitz non è più lecito essere inermi”.
Buona lettura!
Recensione di Cristina Costa
Auschwitz, città tranquilla. Dieci racconti

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