APPARTAMENTO 401 Yoshida Shūichi

APPARTAMENTO 401, di Yoshida Shūichi

 

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“Intorno  a noi succedono troppe cose che crediamo normali e che invece non lo sono affatto”.

Tokyo. La città perfetta, una megalopoli talmente funzionale da fare schifo, talmente educata da lasciarci sbigottiti,  noi occidentali chiassosi e ribelli.
Quattro ragazzi + 1, che hanno superato l’adolescenza da qualche anno, stipati in un anonimo appartamento, il 401:  cella di uno dei tanti alveari.

Cinque capitoli in cui ognuno racconta l’altro e racconta se stesso. E a ogni punto di vista, esterno e interno, si aggiunge o toglie sempre qualcosa, niente combacia, nulla si allinea.

 

 

Cinque perfetti sconosciuti che si aggirano in quella cella fingendo che tutto vada bene -e deve andare bene sino alla fine- in un rapporto che sin dalle prime righe si percepisce di ordinaria e comoda facciata. Una cosa tristissima e disturbante.

Inquietante, paradossale, drammaticamente vero. Perché l’unica verità è che nessuno è come appare e ancora più drammatico è sapere che quel “nessuno” è sconosciuto anche a se stesso. Pirandello insegna.

“L’appartamento 401” è segnalato come triller. Ma vi dico subito che tale etichetta di genere è solo un pretesto per arrivare alla fine del libro.
La narrazione è senza colpi di scena, privi di sensazionalismo, il cui scopo non è sorprendere ma portare il lettore  a ripensare i personaggi costringendolo a riconsiderare  alcuni aspetti della vita celati in un’apparente monotonia di gesti ossessivi e ripetitivi. Scoprire che proprio in quei gesti di facciata si rivelano l’angoscia e la solitudine dell’esistenza anche in quel lontano paese del Sol Levante, ammirazione di noi occidenti per la perfezione di ogni cosa: ogni mondo è paese e ogni paese è il mondo. E l’essere umano è sempre quello che è dal nord al sud, dall’ovest all’est, dal bianco al nero. Già la dimensione umana ci accomuna tutti.

“In tutta onestà,  ne ho fin sopra i capelli della meschinità  della gente. Lo so che la meschinità  esiste a prescindere da quello che penso, e so anche che alcuni potrebbero ridere di me e considerarmi un’illusa solo perché di fronte a certe cose preferisco chiudere gli occhi. Ma pure chi ride degli altri è meschino, e anche di quello ne ho fin sopra i capelli”.

Il finale, volutamente e sorprendentemente sospeso, non contiene di per sè la parola “fine”  poiché la vita presa nel mezzo non può avere una conclusione.

 

 

La parola “fine”  è solo un espediente narrativo delle favole e dei romanzetti rosa e non è applicabile, lo sappiamo fin troppo bene, poveri e stupidi illusi, alla vita reale.

Comunque sia, sebbene i temi siano ormai ben noti da quando il nostro Pirandello ha appeso a bella vista le maschere dell’esistenza, e malgrado la sua intrinseca malinconia orientale che aleggia in tutta la narrazione, è un libro che si fa leggere.

Già “Così è (se vi pare)”…

P.s. il libro l’ho regalato a un ragazzino che mi ha avvicinato mentre finivo la lettura. È rimasto talmente affascinato dalla mia descrizione che non ho potuto fare altrimenti. Ciao

Recensione di Patrizia Zara

 

Recensione 2

 

Dello stesso autore avevo letto tempo fa L’uomo che voleva uccidermi e ne ho un ricordo piacevole. Non regge il confronto con Le quattro casalinghe di Tokio di Natsuo Kirino ma è certamente ben congeniato. Mi aspettavo una storia simile quando mi sono approcciata ad Appartamento 401 ed invece ho trovato un libro particolate, costruito a mio avviso, con un taglio cinematografico. E infatti nel 2009 ne è stato tratto un film.

Il romanzo si svolge per buona parte in un appartamento di Tokio dove 4 giovani sotto i 30 anni convivono per necessità economica. La storia viene raccontata da ogni membro di questo appartamento e da un quinto ragazzo, neanche diciottenne, che si inserisce nella routine casalinga. Come spesso succede nei libri giapponesi, la città di Tokio sullo sfondo è personaggio funzionale al pari di tutti gli altri.

La Feltrinelli lo ha pubblicato nella linea Noir ma trovo difficile catalogarlo in questo genere.

A fine lettura si ha più la sensazione che l’autore abbia voluto indagare le sensazioni e le emozioni di cinque vite completamente differenti che per un caso si ritrovano a dover dividere una intimità fisica ma anche emotiva.

Difficile spiegare molto altro senza dover raccontarne il finale sicuramente inaspettato. Posso dire che esce fuori prepotente l’idea dell’autore dell’impossibilità di conoscere fino in fondo anche chi divide il nostro stesso futon, della superficialità con cui spesso ci si approccia al prossimo e alla sua interiorità. Molto forte è il pensiero che ognuno di noi ha tante personalità quante sono le persone che ci conoscono e interagiscono con noi. L’identità individuale si sfalda e si moltiplica come la luce che passa in un prisma e tutti gli spettri di colore che ne escono sono falsi e veritieri nello stesso tempo. La relatività delle percezioni e delle emozioni umane diventa forse il cardine principale intorno cui ruota il romanzo.

Da leggere anche solo per un finale inatteso e rivelatore.

Recensione di Annachiara Falchetti

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