ANDROMEDA Gianluca Morozzi

ANDROMEDA Gianluca Morozzi Recensioni libri e news

ANDROMEDA, di Gianluca Morozzi

Credo che parlare di un trhiller pulp non sia mai il massimo, il trhiller va letto e ‘sentito’ in pancia. Tuttavia, male non fa dare qualche indizio che stuzzichi la curiosità e lasciare qualche impressione.
A me i racconti di Morozzi piacciono e piacciono di più perché sono ambientati a Bologna, una città versatile che ben si adatta ai diversi generi letterari. Ma veniamo a noi ora, ad Andromeda.

 

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Uomini e bestie non sono poi tanto dissimili. Negli istinti così come nella dolorosa ferocia e nella vendetta. Sì, quella vendetta maturata e sofferta in trent’anni, tutti quelli che sono serviti a ‘Borg’ per passare da un’epoca ad un’altra “dopo un’estate tossica” e “diverse cliniche”, per giungere a punire e vendicare “un atroce scherzo dal sapore mitologico”.

Chi sarà mai Andromeda? Scopritelo!
La polpa di questo thriller si gioca sulla memoria all’urlo di “To-ro To-ro To-ro”.
Andromeda è quel disegno di Dio che ad un tratto non piace più. “Tutto lì”.

Con la sua abile e disincantata tecnica narrativa Morozzi mi ha inzuppata, parola dopo parola, in un viaggio della memoria nella Bologna fra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ’90. Io, arrivata nella città felsinea nell’ottobre dell’89 ho rivissuto quegli anni: i portici, i colli, i quartieri, i locali, l’università. Ho rivisto come in tanti piccoli flash i miei coetanei della Bologna borghese e perbenista, i giovani nati come me nel ’71 “cugini o fratelli minori di quei poveri spettri da eroina”.

Ma ora è il 2019 e siamo in un salone insonorizzato di una villa, una villa sui colli, i colli bolognesi DOC. C’è un uomo, Dimitri; è legato ad una croce, una croce di Sant’Andrea. Di fronte a lui c’è Borg. Borg, come il tennista, ha una motosega e secchi di cemento. Borg implora Dimitri, in modo sadico e dolente, affinché ricordi il suo vero nome “Sai come finirà questa storia? Ti taglierò a pezzi, Dimitri … perché dimostrerai per l’ennesima volta nella tua vita inutile, di essere stupido … non ti ucciderò … sarebbe troppo facile e risolutivo. Ma non avrai questo regalo. Però sarò leale. Ti darò una possibilità.”

Borg (o forse è Morozzi) ha un piano machiavellico, un click di macchina fotografica.
È solo l’inizio, il nastro si riavvolge a trent’anni prima. A quando Borg, figlio della Bologna bene e membro di una cattolicissima famiglia alto borghese, con casa in Via Gerusalemme all’angolo con Via Santa “con vista sulla fiancata destra del complesso delle Sette Chiese”, studente del San Barnaba, incontra Rocco Siderno. Un amico non scelto, di quelli che ti ritrovi accanto il primo giorno di scuola del primo anno di superiori. Borg è un rampollo, destinato a studiare giurisprudenza e a fare l’avvocato, Rocco è figlio di baluba e vuole diventare un attore.

Il viaggio non è solo nella memoria di Borg ma anche nella memoria d’Italia, l’Italia del telefono fisso, dei primi fast food, dei TG dedicati a Piazza Fontana e al bambino di Vermicino, alla strage del 2 agosto e all’attentato al Papa. Un excursus temporale nella città universitaria per eccellenza dagli affitti da vergogna, delle case al mare in Riviera, delle cabine telefoniche e delle discoteche affollate, delle feste studentesche in ricche case tra fiumi di alcool e canne, delle musicassette, delle osterie comuniste, dei cinema impegnati e dei gruppi rock, delle ragazze ricche e facili e di quelle proletarie e intellettuali. Apparenti divagazioni che servono a dare un senso all’interiorità del protagonista che da carnefice evolve in vittima della cattiveria umana, a tal punto che poi vorresti incitarlo all’atrocità, alla punizione di un torto che diventa un urlo collettivo. Una specie di rito purificatore.

E ci si dimentica di Dimitri, anche se l’adrenalina sale quando si attiva la motosega che romba e taglia e nell’immaginario si vede un corpo sanguinante che diventa un tronco umano lacerato e si immagina che “l’attesa dell’inevitabile dolore dev’essere ancora più orribile del dolore stesso”.
Ma quanto dolore ha patito Borg per voler fare a pezzi Dimitri?

Abbondano ambiguità morale, lucida determinazione, fedeltà e meschinità amicale, tradimento adolescenziale reciproco e disillusione del Dio che protegge da tutti i mali i bambini ubbidienti (come diceva la nonna). Il male che si sceglie e distilla sul male ricevuto, la risposta ad un sopruso, il sopruso che ha origine nella “maternità mortifera” di una madre vanesia e rende gli esseri umani “gusci vuoti”.

Si resta incollati alle pagine fino allo shock finale, perché l’universo morozziano è lento e studiato, un incubo volutamente centellinato da una lunga sequenza di flashback che rendono Bologna/Andromeda unica, claustrofobica, moralista e amorale così come quella generazione raccontata, così ormonale e così scabrosa.
Che senso di apnea trovarsi di fronte all’Uomo Cinghiale; pensi di essere alla fine ed invece ritorni all’inizio di tutto, in quella trappola ancestrale e illusoria.

In fondo “So che viviamo in un mondo buffo. Lo so bene.”

Recensione di Nunzia Cappucci

Andromeda, Gianluca Morozzi

 

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