Abbiamo intervistato Alberto Schiavone, che ha condiviso con noi alcune riflessioni interessanti sulle sue opere

Abbiamo intervistato Alberto Schiavone, che ha condiviso con noi alcune riflessioni interessanti sulle sue opere e sul mondo della narrativa.

 

Come prima domanda le chiederei di presentarci il suo ultimo romanzo “Non esisto”.

Non esisto è la storia minima di una persona, una donna, che si trova gettata dopo tanto tempo nella vita cosiddetta normale. Il suo prima e dopo è rappresentato dal carcere, e in tutti questi anni di frequentazione del carcere e della sua realtà mi sono accorto che il vero grande salto nel vuoto per molti è rappresentato proprio dalla riconquista della libertà. Un traguardo. Per alcuni un mare ostile e faticoso.

 

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In questo romanzo la sua protagonista, Maria, cerca di ricostruire la propria vita, scontrandosi con un mondo per il quale lei non dovrebbe esistere, un fatto che ci porta ancora a riflettere sui concetti di giusta pena, espiazione e libertà. Quanto è difficile addentrarsi in questi argomenti?

Parlare di carcere, e in generale di libertà, significa sempre maneggiare con cura argomenti difficili. Il carcere poi è uno di quei luoghi del mondo da cui tendiamo a prendere le distanze. Come se non ci appartenesse. In verità, e purtroppo, il carcere è un pezzo del mondo in cui viviamo. Ed è una ipotesi di esistenza che spesso solo per fortuna e ruota sociale riusciamo a evitare. Lì ci siamo noi. Anche noi. È troppo facile e fallimentare pensare al carcere come un luogo lontano. Però è proprio quello che si fa. Di carcere infatti si parla soltanto quando salgono alle cronache, in home page, degli avvenimenti disastrosi. Il carcere racconta di noi tutti più di quanto possiamo immaginare. Nei miei incontri nelle scuole consiglio sempre di portare “dentro” i ragazzi. Non per lo spavento. Ma per conoscere un lato del mondo. Forse uno dei più sporchi. Ma è essenziale.

Un’altra opera molto interessante è senza dubbio “Dolcissima abitudine” e anche qui troviamo una protagonista femminile di grande spessore che tenta di fare i conti con il suo passato. Come le è venuta l’ispirazione o l’idea per questa storia e quale pensa sia il messaggio più importante che porta con sè?

Come in tutto quello che scrivo non credo ci sia un messaggio, o almeno non ho l’intenzione di mettere i sottotitoli. Racconto delle storie. Nel caso di Dolcissima abitudine la storia è quella di Rosa, nome d’arte di Piera, donna che per mezzo secolo ha lavorato come prostituta a Torino. Ho incontrato la vera Piera per caso, e mi sono impossessato della sua vicenda umana, romanzandola, pensando di poter riportare un punto di vista davvero particolare e speciale su una città, un pezzo di storia, una vita. Spero di esserci riuscito.

 

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Quali sono i generi letterari che sente più nelle sue corde? Possiamo trovare tra questi il romanzo di formazione?

Non ho un genere letterario che preferisco, forse appunto leggo e scrivo narrativa cosiddetta non di genere per attitudine. È capitato così. Ho avuto un apprendistato letterario variegato e casuale, non ho fatto scuole importanti, mi sono districato tra pigrizia mia e suggestioni dettate dalla personale strada. Il risultato è quello che scrivo, quello che leggo. Saggi sui funghi, romanzi di Joseph Roth, racconti di viaggio. Cose così.

Lei ha ha anche lavorato come libraio, cosa ci racconta di questa esperienza? E come ha influenzato la sua scrittura?

Ho fatto il libraio per dieci anni, e tuttora lavoro nel mondo dell’editoria. Mi occupo di libri da più di venti anni. Magazziniere, traduttore, editore, scrittore, libraio, venditore. Il libro mi divora e intanto mi ha dato da mangiare. È un rapporto molto intenso, forse malato. Ma è pur vero che di libri e letteratura ci si finisce per ammalare, altrimenti non saremmo qui a chiacchierare intorno alla produzione di uno scrittore, al mondo dentro la sua testa e quello che può ricreare.

 

 

4 anni fa ha pubblicato una biografia a fumetti di Georges Simenon, “Alfabeto Simenon”. Quale crede siano le opere formative per entrare nella dimensione di uno scrittore tanto grande e prolifico?

A proposito di ossessioni, malattie, credo Simenon incarni benissimo un modo di essere professionisti della scrittura. Un modo forse irripetibile, per capacità ma anche per il cambio di posizione all’interno del mondo delle cose dei libri. Dove per cose dei libri metto dentro centralità del ruolo degli scrittori, vendite, importanza per i ragazzi, memoria storica e tanto altro. La sua voglia di vita e di parole mi ha sempre affascinato, e ho deciso così di gettarmi nella costruzione di una biografia particolare, un alfabeto appunto, che prevedesse il passaggio disinvolto tra i suoi tratti biografici e la sua produzione letteraria. Confesso che è stato il mio lavoro più faticoso, anche io mi ci sono ossessionato e ammalato. E non poteva essere che così, vista l’importanza del personaggio. L’idea di farlo in forma fumetto è stata quindi dettata dalla necessità appunto di spostarsi dal già scritto e raccontato. I disegni sono del bravissimo Maurizio Lacavalla.

Ad oggi si sa che la comunicazione passa sempre di più attraverso i Social. Vorrei conoscere il suo rapporto con questa realtà?

Una mia amica libraia dice che il mio modo di utilizzare i social è quello di una gattara solitaria. Altri mi dicono semplicemente che li uso male. Ecco, forse il centro della questione sta proprio lì, nel tema dell’utilizzo. Io mi ci sono sempre messo, sui social, con parsimonia, confidando nell’uomo artigiano, nell’uomo vero, nella vita che ci riporta alla realtà. Ma è probabile sia un atteggiamento ignorante, da boomer. O snob. Non lo so. Non so nemmeno cosa è la vita vera, a questo punto. Ogni tanto mi parlano di persone che nascono e crescono sui social e io non lo sapevo e mi sento in colpa. Ma è pur vero che quando cazzeggio su tiktok mi viene l’angoscia per la quantità di stupidaggini inutili e imbarazzanti che vi circolano. E in altro modo sul vomitatoio di facebook, o sulla vetrina luccicante di instagram. E mi fermo a quelli su cui perdo del tempo. Vorrei avere la forza di lasciarli andare via, come suggestioni sbagliate e offensive. Ma la vanità, e la paura di restare isolati, ci abitano.

 

 

Per concludere le chiedo se ha qualche progetto in cantiere per questo 2024.

Dal punto di vista letterario ho scritto un nuovo romanzo, che non so quando prenderà corpo editoriale. Più probabile nel 2025. Non esisto intanto diventerà uno spettacolo teatrale, per merito di Renzo Sicco e della sua Assemblea Teatro. Ho una figlia, e chilometri da percorrere. Il progetto è andare avanti.

Intervista di Enrico Spinelli

 

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