ZEBIO CÒTAL Guido Cavani

ZEBIO CÒTAL, di Guido Cavani (Readerforblind RFB)

 

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“La pietà muore in ciascuno quando tutti ne hanno bisogno, e nessuno può comprendere il dolore dei suoi simili quando questo dolore è anche il suo.”

Pubblicato per la prima volta nel 1961, questo “piccolo tesoretto perduto del Novecento”, come viene descritto nella splendida introduzione, fu amato a suo tempo da Pasolini.

È il secondo libro che leggo della collana “Le polveri” di Readerforblind (che svolge brillantemente il compito di riesumare piccoli capolavori dimenticati della Letteratura italiana), secondo libro che mi pesa addosso come un macigno. Dopo ”I superflui” di Arfelli, arriva lo Zebio di Cavani a scavarmi dentro.

È un testo duro, aspro e rustico, proprio come il suo protagonista. Cavani ha una scrittura graffiante, che piange senza cascare nel gratuito romanticismo.

Zebio Cotal è un contadino poverissimo, con una moglie svilita e disillusa, 6 figli da sfamare, una bicocca di sassi dal tetto convesso e dalle finestre buie per abitazione, un pezzo di terra arido e duro poco buono anche per coltivare le patate. Tutto ciò non contribuisce a rendere facile la vita a Zebio, che ha un carattere rabbioso, il vizio di bere e di dare cinghiate. Fai il bravo, Zebio -lo ammoniscono. Rimedia, Zebio -gli dicono. Non dare fastidio, Zebio, e fai il tuo -gli ripetono. Ma Zebio non riesce: la vita lo morde, e lui continua a mordere. Non che non se ne renda conto, li sa i suoi errori. E non è vero che non soffre, ha un cuore pure lui che pulsa dentro il petto.

[] “ma perché vi disperate tanto?”

“Perché?”, si diede due pugni sul petto. “Perché qui ci sento anche io e sono uomo e padre come voi”

La vita però continua a martellare, e lui non trova via di uscita. Non trova se stesso.

“Bisognava [] ritrovare quel se stesso che tanto amava ma che così facilmente gli sfuggiva”.

La gente lo evita, lo allontana, lo denuncia, gli gira le spalle e infine fa carità ai suoi stracci (“Fanno la carità non a me, ma ai miei cenci”, brontolò, “non sono io come uomo che parlo al loro cuore, sono questi stracci che porto in giro []”).

È immune da colpa? No.

Possiamo capirlo? Forse.

Possiamo amarlo? Difficile.

“Via via che la paura di suo padre diminuiva, aumentava in lei un’accorata pietà e la sofferenza quasi fisica di non poterlo amare, di non poterlo aiutare, di doverlo abbandonare al suo destino come un relitto.”

Recensione di Benedetta Iussig

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