VITA, MORTE E MIRACOLI DI BONFIGLIO LIBORIO Remo Rapino

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Vince il premio Campiello 2020Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

VITA, MORTE E MIRACOLI DI BONFIGLIO LIBORIO, di Remo Rapino

Lo ammetto: ero prevenuta verso questo romanzo, non so se per paura o pregiudizio, e adesso che l’ho terminato mi ritrovo in un turbinio di sensazioni tra il sorriso e il pianto e con la fatidica domanda: e ora?!

 

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio
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Liborio, questo ‘cocciamatte’ che più matto non si può, mi ha fatto rivivere i momenti più importanti del ‘900, dal fascismo alla guerra, dalla condizione operaia al boom economico, dalle case chiuse ai manicomi, da Berlusconi alle Torri gemelle alle nuove e progressive sorti del 2000, ma filtrando la grande Storia con le lenti della sua innocenza, del suo stupore, del suo infinito e inappagato bisogno di amore.

Mi ha fatto provare con poche e sgangherate parole che cos’è lo sbigottimento di fronte all’irrazionale, cosa la ‘lienazione’, come lui la chiama, di fronte allo sfruttamento della ‘merce’ umana, che cosa l’incredulità di fronte alla gratuita cattiveria.

Liborio, che possiede un unico libro, Cuore, e ne fa una Bibbia, innamorato della poesia e della musica frastornante della banda di paese, che per tutta la vita si chiede di quel padre assente con i suoi stessi occhi; Liborio che non vuole tornare a casa perché lì, in quel paesello del sud nessuno si ricorderà di lui e invece sente aria di casa quando è in compagnia di chi è solo, come le prostitute, di chi lotta, come i compagni di duro lavoro, di chi sta sospeso tra sogno e realtà, come i degenti del manicomio, e in tutti quei posti dove il suo nome ha un senso e non solo un volto, e tuttavia non si compiange, accetta quella sfilza di segni neri che fin da piccolo piovono sulla sua vita con una sorta di fatalistica rassegnazione legata alla consapevolezza nuda e schietta della condizione umana: “Ogni storia di uomo, matto o normale, è una mescolatura delle stesse cose, na cascanna di lacrime, qualche sorrisetto, na cinquantina di gioie di straforo, e un dolore grosso come quando al cinema si spengono le luci”.

Liborio, che col suo monologo interiore incalzante, paratattico, ripetitivo, mi fa familiarizzare con una lingua tutta sua, espressiva anche quando non ne comprendo il senso, e mi parla con la voce della verità, con la voce di tutti quei cocciamatte che passano rasentando i muri per le strade e con gli occhi acquosi, che se avessimo il coraggio e la voglia di ascoltarli potremmo forse cominciare a chiederci dove stia il vero discrimine tra normalità e follia.

Liborio, che a forza di entrare nella tua coccia hai fatto diventare “dundinita” pure me ma adesso già mi manchi e se fossi reale o mi venisse concesso ti chiederei: cosa ne pensi di questo tempo ‘folle’, dei social, del Covid e dei nuovi colori di questa nostra patria?

E aspetterei, paziente, la tua risposta.

Recensione di Magda Lo Iacono

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