VITA DI UN PERDIGIORNO Joseph Freiherr von Eichendorff

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VITA DI UN PERDIGIORNO, di Joseph Freiherr von Eichendorff

“Vita di un perdigiorno” è secondo me un “On the Road” europeo dell’Ottocento. Eichendorff è un Kerouac tedesco che proprio come gli hippies dice no a una vita agiata, pensata da altri e stanziale. Via! Si parte! Invece del viaggio nell’America del dopoguerra al ritmo della musica jazz, qui il protagonista viaggia per strade, boschi e giardini dal sapore fiabesco e ottocentesco, si ubriaca di musica, canti popolari e vino nella semplicità e spensieratezza.

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Solo vita selvaggia e pura, nessuna preoccupazione di lavoro, vita e obblighi sociali. Esattamente come Dean Moriarty e Sal Paradise, il protagonista della novella di Eicheindorff intraprende un viaggio, senza soldi, senza meta, percorrendo le strade vivendo di quello che trova, incontrando le più stravaganti e folli persone. Tra amori, amicizie e rancori questa esperienza stupisce ed emoziona, proprio come l’esperienza americana a più di un secolo di distanza. È davvero parallela l’esperienza che viaggia anche attraverso la musica.

 

Qui non è il jazz, ma sono i Lieder, i canti e le danze popolari che a suon di violino e chitarra trascinano la gente comune in balli, feste improvvisate e divertimento di strada, ‘on the road’ per l’appunto. Certo la strada di Kerouac è tutt’altra cosa. Ma lo spirito è lo stesso: dire no a tutto quello che è prestabilito, rifiutare quello che la buona società impone nelle regole sia della vita che della scrittura.

Non ci sono etichette da seguire, né per il protagonista, un apparente sempliciotto che però suona divinamente e impara nuovi canti e nuove danze senza batter ciglio, né per lo scrittore che nella sua ricerca identitaria scopre di amare un mondo antico, che non esiste più o che forse non è mai esistito se non attraverso la magia della poesia e della musica.

 

E per inseguire questa magia, non ci si può adeguare ai canoni tradizionali, alle mode, alle tendenze, né completamente nascondersi nei rigurgiti conservatori e reazionari: un poeta, un musicista, un artista deve seguire la propria indole per esprimere il grande dono che la natura gli ha messo fra le mani. Joseph Freiherr von Eichendorff è considerato un autore tardo-romantico, ma a noi come a lui non ci piace questa etichetta.

Sicuramente è stato un poeta, un cantore. Eichendorff scrisse drammi storici e tradusse molte opere di Calderón e nell’ultimo periodo di carriera redasse anche una Storia della letteratura poetica della Germania, ma i suoi livelli creativi più alti li raggiunse nei Lieder, grazie alla sua vena esprimente le voci della natura, della notte, del bosco, del paesaggio onirico e talvolta del linguaggio popolaresco. Suo è il testo del quarto dei Vier letzte Lieder musicati dall’ottantaquattrenne Richard Strauss nel 1948, Im Abendrot. Il Liederkreis op. 39 di Robert Schumann è interamente su testi di von Eichendorff. Non a caso “Aus dem Leben eines Taugenichts”, titolo originale di “Vita di un perdigiorno”, uscito nel 1826, ebbe un successo strepitoso e conobbe sin da subito tantissime edizioni.

 

L’atmosfera fiabesca, di sogno, la narrazione del protagonista perdigiorno, le sue avventure, svolte all’interno di una natura incantata e di una giovinezza perenne catturarono il grande pubblico sin da subito. ‘Una storia melodiosa e sospesa’, come la definì Thomas Mann nel 1918, e ancora Lukács nel 1956: “I sogni eichendorffiani di una realtà migliore dei sinistri abissi della vita, sono in realtà sogni ad occhi aperti…

È una nostalgia soggettivamente autentica e profonda, ma con una certa coscienza di essere soltanto una musica che accompagna la vita reale”. “In un saggio del 1929 Benjamin usò il personaggio ‘perdigiorno’ di Eichendorff per delineare il ‘personaggio-tipo nella grande linea dell’eroe libero, fannullone e fuggitivo che si oppone o si sottrae all’oppressiva disumanizzazione sociale, per recuperare la freschezza di una natura non ancora irrigidita e fossilizzata nella storia’. L’eroe libero da ogni imposizione sociale non è capace di inserirsi nel meccanismo produttivo, aderendo al ruolo scelto da altri; vuole soltanto vivere, rifiuta ogni definizione della propria esistenza e ricerca con ardore l’imprevedibilità della vita. Il nostro perdigiorno non vuole legami, ruoli prestabiliti, né impegnarsi con idee, morale o politica. Insomma non vuole imprigionare il fluire dell’esistenza.

 

Eichendorff attraverso il suo protagonista della strada pigro e rivoluzionario, alza la voce e protesta in maniera romantica contro la pianificazione borghese del mondo, che riduce l’individuo a una funzione sociale. Una risposta anarchica? Sicuramente la poesia, la musica e l’arte in genere sono sinonimi di libertà, natura e purezza. Così recita una poesia inserita nella novella:

I ruscelletti scendono dalle montagne,
Le allodole frullano via in alto per divertimento
Quanto non vorrei con loro cantare
A squarcia gola e un cuore più puro?

I consigli del Caffè Letterario Le Murate Firenze, di Sylvia Zanotto

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