UNA MINIMA INFELICITÀ Carmen Verde

UNA MINIMA INFELICITÀ, di Carmen Verde (Neri Pozza – novembre 2022)

 

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Recensione 1

“La vita non è meno della letteratura. Bisognerebbe studiare a scuola l’infelicità delle nostre madri”.

Annetta, la voce narrante di questa storia, è una bambina che diventa donna in un corpo che non vuole saperne di crescere e si tormenta nel dubbio che le sue fattezze siano la causa dell’infelicità della madre, le cui attenzioni sembrano svaporare nello spazio fisico che le divide. La madre, Sofia, è una donna fragile e inquieta, che cerca fuori da un matrimonio appassito, il fiore di una felicità che non riuscirà mai a cogliere. L’infelicità è un eredità di famiglia, una maledizione che si tramanda di generazione in generazione, dalla nonna accusata di pazzia fino alla stessa Annetta, che ne accetta il contagio. Il padre, figura marginale e remissiva, completa il ritratto di una famiglia ordinariamente perdente.

Infine Clara, la domestica, che approfitta di questa fragilità familiare infierendo ulteriore insicurezza con la sua subdola tirannia. La madre, il metro di misura che stabilisce la statura di ogni cosa e che costruisce le fondamenta della nostra autostima con il difficile equilibrismo sulle sue umane debolezze, è il fulcro di questa storia. È un tema interessante, che l’autrice sviscera attraverso la minuziosa sensibilità di Anna, che, abituata a ingigantire le cose dal suo piccolo involucro, lo rende monumentale.

Delicatamente spietato.

Recensione di Alexandra Girardi

Recensione 2

Una minima infelicità, Carmen Verde.

Non è semplice descrivere questo libro. Si pone un po’ al di fuori dei generi codificabili, mi è parso scivoli in una sorta di “realismo magico” in terra italiana, ambientato com’ è in un’anonima città – che si intuisce essere una cittadina- e in una casa come tante, abitata da gente benestante, persone che possiedono oggetti di pregio, tanto per dire.

Qui si innesta la vicenda che riguarda la vita di una bambina che non è cresciuta in altezza. Forse non ha voluto crescere, forse perché oppressa da una pesante eredità per parte materna, fino a giungere alla nonna. Ed ecco che Annetta diventa emblema e simbolo di incomunicabilità genitoriale, un portato stesso delle sue dinamiche familiari. Colpisce nella narrazione il senso estremo e scarnificante di solitudine in cui la famiglia vive. Gli “amici” sono figure indistinte e sullo sfondo. La focalizzazione è su Annetta e sulla madre, come se si trattasse di un mondo chiuso perché è chiusa l’indagine psicologica: tutto viene da lì e si viene a creare una sorta di percorso all’indietro, una ricerca delle radici del malessere.

“É vero che quand’ero bambina nonna mi costringeva a stare sulle punte dei piedi?”. Quante volte avevo interrogato mia madre su questa storia, e quante mi ero sentita rispondere che no, o forse sì, non ricordava. “Ma come puoi non ricordare una cosa del genere, mamma?” “Non è questo, Annetta. É cbhe forse non è mai accaduto…” (…) Di quella storia io non ricordavo nulla. Né ricordo nulla adesso. Allora, perchè, nonna, non riesco a perdonarti?”

Da un disagio se ne generano mille altri, nelle generazioni che seguono.

Una gran bella prova per un’autrice all’esordio.

Recensione di Elisa Tomassi 

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