SANGUE DI GIUDA Graziano Gala

Sangue di Giuda Calia

SANGUE DI GIUDA, di Graziano Gala

“… tanto lo sanno tutti chi sei tu”.

“E chi sono io?”, ci chiedo, fessa comm’a na scimmia.

“Si’ nu poveru scemu”, mi fucila aprenn ‘a porta.

Sangue di Giuda
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Nelle scorse settimane ho letto tanti commenti su Sangue di Giuda. Leggendolo ho condiviso ogni singola parola, ogni singola emozione: come si può non essere toccati nel profondo dalla storia di Giuda?

Solo “nu poveru scemu” per molti, perché così è più semplice e soprattutto più comodo definirlo. In realtà una vittima; della crudeltà umana, dell’intolleranza, della continua ricerca di un capro espiatorio, della prevaricazione, dell’avidità e della smodata frenesia di potere. Il potere macroscopico così come quello infinitesimale, facile, quello su chi ci sta accanto ed è più debole di noi, un potere che non è affatto così lontano dalle nostre vite e dalla nostra esperienza. I “cattivi” di questo libro potrebbero essere i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, i nostri amici; di più, potremmo essere noi.

Sì, si piange leggendo Sangue di Giuda. Si piange per Giuda e insieme a lui, a partire dal suo televisore scomparso e via via accompagnandolo nel suo “viaggio”; e si piange anche da soli, di fronte allo specchio che impietosamente Graziano Gala ci mette di fronte.

Ma leggendo queste pagine si ride, anche; anzi, si sorride. Di fronte ad

alcune scene – quella della “processione” che segue Giuda ed il suo televisore nuovo fuori dal negozio, ad esempio, di una coralità travolgente – non si può che sorridere. Ma amaramente, come in un film di Monicelli: ciò che ci diverte tanto è ciò che svela duramente la pochezza e la brutalità di un paese, contro l’essere inerme e vulnerabile di Giuda.

Com’è che si dice? Tutto il mondo è paese, e allora tutto il mondo è Merulana. E nessuno di noi ci fa una gran bella figura.

Ma i protagonisti di questo libro non siamo noi, il protagonista è Giudariè; e intorno a lui c’è tutto un cosmo, così vasto e profondo che non riesco a dire, “nun sacciu ‘ncassare chillu ca leggo”.

C’è una realtà di disuguaglianze, di uomini prigionieri della solitudine, dell’emarginazione, del proprio passato e delle proprie paure, come Giuda. Un derelitto, un ultimo, un reietto con la coscienza candida più dei vestiti alla moda dei suoi compaesani, perché “male non fare, paura non avere”.

C’è una splendida vicinanza e solidarietà tra diseredati, perché i migliori – quasi gli unici – amici di Giuda sono un travestito e un poeta che parla un’altra lingua, oltre ad un gatto “pisciatore angolista” e ad un cane perennemente affamato.

C’è l’infanzia negata. Quella di Giuda e quella del suo amico Saverio: “‘u piccinnu me guarda cu n’occhio ca ha visto troppe cose e n’autru ch’è stanco di vederne. Stu sguardo lo conosco a meraviglia: l’aggiu purtato addosso pe’ cinquant’anni”.

C’è una “maggioranza” arida, sordida, senza ritegno e senza rimorsi, nemmeno troppo silenziosa. Una maggioranza che è un trambusto e un vociare continui, ma con le bocche “chine ‘e mmerda”.

E c’è una “minoranza” che si ritrova e si riunisce sotto l’egida di Pippo Baudo e del festival di Sanremo.

E poi mille altre cose, che vi lascio scoprire.

“È ‘stu cazz’e televisore, ‘sti cazz’e cristiani, ‘stu cazz’e paise”

Che dire di Graziano Gala? Che è riuscito a tenere insieme una storia continuamente sul filo del rasoio, che rischiava di perdere i pezzi e invece riesce ad andare dritta al cuore e al cervello. Che scrive con ironia, a tratti quasi con sarcasmo; e al contempo con empatia, con cum-passione.

La scelta del dialetto è la caratteristica più evidente, e poteva essere una scelta ammiccante e al tempo stesso un rischio mortale. Poteva essere difficile da gestire nella maniera migliore, e così non è stato; lo stesso autore ha dichiarato in varie occasioni che il dialetto è la lingua dell’urgenza e dell’immediatezza, e per questo lo ha scelto. Beh, sia l’urgenza che l’immediatezza si sentono eccome; si toccano quasi. Il dialetto poteva rendere Giuda una macchietta o poco più: ma anche questo non è il caso. Giuda non è una macchietta senza profondità, è un personaggio intenso, lacerante, denso. Non complesso, perché Giuda è una persona semplice ed un personaggio semplice. Atrocemente semplice.

Esordio da incorniciare, quindi, e sicuramente foriero di “tante belle cose”. La prima di queste è che credo proprio che dopo aver letto questo libro cancellerò Giuda dalle mie imprecazioni. Gli ci mancano solo quelle.

Recensione di Silvia Pentothal Guido
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