Parcheggia le adidas in giardino – Seconda Puntata – Corrado Occhipinti Confalonieri

Seconda puntata - Parcheggia le adidas in giardino

Parcheggia le adidas in giardino

di Corrado Occhipinti Confalonieri

Racconto in otto puntate per iL Passaparola dei libri

Disegno di copertina: Roberto Ragione

a Ida Boni

 

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Seconda puntata

2.

Cardi, la professoressa di italiano dal viso battagliero, nei giorni successivi cominciò a spiegare velocemente: «Il programma è monumentale» sosteneva, anche se mi diede l’ impressione che alla lunga si sarebbe stufata di mantenere un atteggiamento così cattedratico, perché aveva un gran da fare ad allacciarsi e slacciarsi un bottone strategico della camicia.

Era come se dovesse dimostrare a qualcuno qualcosa. Il tono della voce risultava eccessivamente alto e approfondiva punti a suo avviso oscuri dell’ argomento che stava trattando.

Il suo pubblico era differenziato. Qualcuno cercava di trarne il maggior numero di informazioni possibili per i futuri esami di fine anno altri, come Rocco, seguivano i contorni della camicia di seta che durante il suo continuo gesticolare sottolineava un seno come il suo programma. Altri si facevano i fatti propri o quelli degli altri.

Le rapide occhiate dei primi giorni tra tutti noi si erano fatte più insistenti, come un gioco a distogliere lo sguardo all’ultimo momento, prima che l’altro se ne accorgesse.

La mia posizione nella fila di centro mi faceva sentire vulnerabile ed esposto.

Più mi rendevo conto che era ormai giunto il momento di cominciare a parlare di calcio e delle tette della Cardi con gli altri compagni di scuola, meno mi andava di farlo.

Rocco invece gestiva lo spazio intorno a lui in modo sufficientemente esperto: stordiva dapprima il suo interlocutore con sbavature politiche,  poi si interessava molto agli argomenti che il malcapitato gli proponeva.

 

 

 

Non cercavo minimamente di inserirmi nel discorso ma ascoltavo. E gli argomenti erano sempre quelli, tanto che se ne poteva girare uno con chiunque vendendolo come merce di prima mano, mettendoci dentro un po’ di proprio, come faceva Rocco con tutti. In breve tempo, il nostro aggregato diventò più numeroso per merito suo: comprendeva essenzialmente la rosa di banchi intorno a noi.

Giovanni, il ragazzo dietro di me, tamburellava le dita dappertutto, tenendo il ritmo come su una batteria era pieno di tic. Quello di fianco a lui era specializzato nell’imitazione di personaggi televisivi, anche se non era molto bravo . Davano l’idea di essere simpatici e diversi dagli altri.

 

3.

Le lezioni di Valentino erano le più gratificanti, è anche chi di solito nelle altre ore faceva casino stava ad ascoltarlo.

Si comportava come un novello Socrate con i suoi discepoli, senza mai toccare il libro di testo ma riuscendo tuttavia a far intuire quando riprendeva un concetto suo e quando quello di altri. Il pomeriggio mi divertivo a cercare sul manuale di filosofia tutto l’arcobaleno di informazioni date da lui. Mi sentivo come un tessitore con un gomitolo di lana e un telaio, così il lavoro diventava costruttivo. Specularmente intuivo cosa Valentino apprezzasse della vita, quali valori sosteneva.

Pur essendo un prete, sceverava da lui ogni tentativo di ingerenza nelle nostre non convinzioni religiose, aggrappandosi durante il suo parlare ad avvenimenti molto terreni, come quando strappò una copia della Gazzetta dello Sport sotto i nostri occhi ammutoliti.

 

 

Non sempre era facile per noi cogliere la simbologia dei suoi gesti.

Un giorno ci diede la notizia del grave incidente motociclistico avvenuto a un ragazzo di un’altra classe così: «Falene che volano impazzite intorno a una fonte di luce e di calore che non è e non sarà mai il sole». Senza aggiungere altro.

Le sue palpebre erano abbassate il tono della voce non era che un soffio, ma le sue parole risultavano taglienti e gravavano su di noi tanto che non furono in seguito necessari altri commenti da parte nostra.

Non amavo parlare a Valentino a quattr’occhi perché di fronte a lui le mie barriere si abbassavano in modo troppo latente e avevo timore di farmi influenzare in modo positivo.

Sono sicuro che mi capiva e penso che rispettasse questo mio desiderio, ma era comunque sicuro di avere smosso qualcosa in me.

4.

Il lento confronto tra noi compagni stava giungendo a una svolta: cambiava l’arena ormai familiare dell’aula per spostarsi in un perimetro ben più pericoloso: la palestra dove tra un sano antagonismo sarebbero emerse le persone mediocri, gli eventuali capi carismatici e gli sfigati.

Rocco era uno dei più probabili candidati allo scomodo ruolo e io come  suo compagno di banco speravo di passare in sordina.

Purtroppo, l’allenatore volle fare una partita di pallavolo, gioco di cui io non conoscevo neppure l’esatto numero dei giocatori. Nella scuola prima vi era una tale congestione di spazi che l’educazione fisica era in qualche modo autogestita.

 

 

Capii che a turno si sarebbe dovuto battere la palla, a rotazione. Mi sudavano le mani mentre mi avvicinavo all’angolo e le mie adidas nuove sembravano imbottite di piombo. Osservavo quelli che tiravano prima di me ma ognuno aveva uno stile diverso: impossibile imitarli. Ricordai delle poche lezioni di tennis preso in montagna l’estate prima e immaginai la mano come una racchetta. Aspettai qualche secondo prima di tirare, per far finta di essere concentrato. Pensavo a come fosse ingiusto  a essere etichettati così facilmente dagli altri e già prima di lanciare sapevo che quella maledetta sfera non avrebbe oltrepassato la nostra metà campo. E invece passò, appoggiandosi al filo teso tra i due pali scivolò dall’altra parte.

Significava ritirare, e per un istante fui felice di non essere ancora stato catalogato. Aspettai ancora qualche secondo e mi sentii più coinvolto dalle loro espressioni di attesa che non dal mio ruolo di giocatore. Tirai e volò debole al di là del muro. Non importava più sbagliare 100, 1000 altre volte ancora: ero incerto.

Da sei stiracchiato era il mio rendimento nelle altre materie e questo non faceva altro che suffragare il match.

I due piatti della bilancia contenevano lo stesso peso ma l’ago misurava sempre metà. Due metà esatte anche se piangevano.

 

Fine della Seconda Puntata

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Profilo biografico dell’autore

 

Corrado Occhipinti Confalonieri

 

Corrado Occhipinti Confalonieri è nato a Milano nel 1965. Laureato in Scienze politiche, è storico e autore. Ricordiamo un saggio sul Circolo dei nobili fra ancien régime e liberalismo (Il Risorgimento, 1992, 1) e di uno  sul progetto di Unione franco britannica del giugno 1940 (Rivista di studi politici internazionali, 2018, 4). Nel 2019 ha pubblicato uno studio sull’azione di Jean Monnet nella Prima guerra mondiale (Rivista di studi politici internazionali 2019, 4) e la ricostruzione della Cronaca della peste del 1348 scritta da Gabriele Mussi (Bollettino storico piacentino 2019, 2). Finalista del concorso letterario. Un giorno di Joyce indetto dal “Corriere della Sera”, collabora con i mensili MedioevoStorica National Geographic e col settimanale Maria con te. Si occupa anche di divulgazione storica e novità librarie sui social (Instagram e Facebook) dove riscuote  un ampio seguito. Nel romanzo storico  La moglie del santo  (Edizioni Minerva) narra la vita di due suoi avi vissuti nella prima metà del 1300:  Corrado Confalonieri – santo patrono di Noto e di Calendasco – e sua moglie Eufrosina Vistarini. Le agiografie ufficiali citano solo di sfuggita Eufrosina: scopo dell’opera è quello di ridare voce a una donna coraggiosa, a lungo dimenticata, nel contesto politico, sociale e religioso dell’Italia del XIV secolo.   Per il suo romanzo , ha vinto il Premio speciale Italia Medievale 2019 e quello per la miglior copertina dal gruppo Facebook Thriller storici e dintorni.

 

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