MARCOVALDO Italo Calvino

Marcovaldo Italo calvino recensioni Libri e news UnLibro

MARCOVALDO, di Italo Calvino

Recensione 1

“Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.”

 

 

Qui c’è tutta l’essenza di questo libro, qui c’è tutto Marcovaldo.

Venti racconti ognuno legato ad una stagione, moltiplicato per cinque anni.

Marcovaldo, un semplice manovale, un animo puro, padre di una famiglia numerosa.

Marcovaldo è un eroe candido, un povero diavolo con un nome altisonante da romanzo cavalleresco.

La sua vita raccontata magistralmente da Calvino come in una sequenza di vignette, che vedi scorrere come in un fumetto…

…i funghi che sfidano il grigio asfalto e crescono vicini alla fermata del tram…

“A Marcovaldo parve che il mondo grigio e misero che lo circondava diventasse tutt’a un tratto generoso di ricchezze nascoste, e che dalla vita ci si potesse ancora aspettare qualcosa”.

…la neve che ricopre una mattina la città e la fa sembrare un immenso foglio bianco…

“Marcovaldo sentiva la neve come amica, come un elemento che annullava la gabbia di muri in cui era imprigionata la sua vita”

…lui che gira per la città con una pianta sul sellino del motorino rincorrendo la pioggia…

 

 

“Marcovaldo rincorreva la sua nuvola, curvo sul manubrio, imbacuccato nel cappuccio da cui sporgeva solo il naso, col motorino scoppiettante a tutto gas, tenendo la pianta nella traiettoria delle gocce, come se lo strascico di pioggia che la nuvola si tirava dietro si fosse impigliato alle foglie e così tutto corresse trascinato dalla stessa forza: vento nuvola pioggia pianta ruote”

Un libro limpido apparentemente facile. Si vive la meraviglia, la gioia, il piacere della lettura allo stato puro, si ascolta la musicalità dello stile e delle invenzioni fiabesche da una parte e il bisogno e la necessità di soffermarsi su immagini, su attimi di malinconia, di fare riflessioni rispetto a grandi temi: il rispetto per la natura quasi fagocitata dalla cementificazione, la forza della natura che riesce sempre e comunque a riconquistare i suoi spazi, la città e il progresso e i loro aspetti negativi, la critica alla civiltà industriale che tende a massificare e al tempo stesso la critica al sogno di un paradiso perduto.

 

 

La denuncia verso un mondo in cui tutti i valori diventano merci da vendere e comprare, in cui non c’è più differenza tra cose e esseri umani, tutto ormai valutato in termini di produzione e consumo, la pubblicità, la corsa agli acquisti, i rapporti d’interesse mascherati da rapporti umani.

In mezzo a tutto questo c’è Marcovaldo nonostante tutto mai pessimista, sempre propositivo, sempre pronto a riscoprire in mezzo ad un mondo ostile lo spiraglio di un mondo fatto a sua misura.

Marcovaldo è l’uomo che desidera che adopera la mente sempre come fantasia e non come memoria.

E’ malinconico e non conosce risentimento, è ottimista ma mai superficiale.

Nella sua visione l’insuccesso è semplicemente una disavventura senza la quale non ci sarebbe avventura!

“Per Marcovaldo quella sera lo stare in fondo al tram, voltando la schiena agli altri passeggeri, fissando fuori dai vetri la notte vuota, attraversata solo da indistinte presenze luminose e da qualche ombra più nera del buio, era la situazione perfetta per sognare ad occhi aperti, per proiettare davanti a sé dovunque andasse un film ininterrotto su uno schermo sconfinato”.

Buona lettura!

Recensione di Cristina Costa

 

Recensione 2

Pagine dolci come carezze e forti come schiaffi.

Ci sono libri che entrano nella propria classifica personale, chi va in top ten, chi in top five, chi tra i belli senza posizione.

Poi ci sono i libri che, appena finiti, sanno già che il loro destino sarà andare in una postazione, senza posizione né podio, in un angolo sperduto ma meraviglioso.

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Per me Marcovaldo andrà lì. In un quartiere speciale del mio cuore, dove in realtà forse c’era già e dove è rimasto chiuso per anni, scontando il pregiudizio della banalità, ma in pieno conflitto con la curiosità, nata dopo averne letto un brano a scuola elementare.

Marcovaldo ovvero le stagioni in città è un libro delizioso. Sottovalutato, credo.

Ogni racconto – non ce n’è stato uno che non mi sia piaciuto – mi ha regalato contemporaneamente sorrisi dolci e amari; sarà che sono cresciuta fra campagne e montagne e capisco la difficoltà di non ritrovarsi l’erba sotto i piedi fra i marciapiedi di città, sarà che i sogni dei bambini che sanno di non poter avere tutto tutto sono sempre uguali, sarà che chissà quante notti ho desiderato che al suono dei clacson fosse sostituito il verso delle cicale – alle quali, per quel pensiero, chiedevo mestamente e mentalmente perdono per tutte le volte che le avevo detestate -, sarà che essere trasportati in un mondo reale e sospeso contemporaneamente è il sogno di ogni lettore.

 

La leggerezza con cui Calvino narra le dis-avventure di Marcovaldo è un colpo di pennello color arcobaleno sulla grigia tristezza del binomio povertà/capitalismo; l’ironia velata con cui intesse le storie e la verve del “così è la vita” fanno di questo libricino, apparentemente per ragazzi, un mattone di gommapiuma su cui saltare per arrivare a spegnere le insegne luminose e accendere le stelle.

Recensione di Giusy Geraci

1 Commento

  1. Mi sento un isolato perché a me non è affatto piaciuto. Letto l’anno scorso. Lasciatemelo dire, ho trovato questi racconti banali e inverosimili. Hanno avuto così tanta risonanza perché parlavano di un operaio buono, sognatore e pasticcione, in contrasto con il grigio capitalismo. Certa sinistra ci è andata a nozze ma mi dispiace confessare che non ho MAI incontrato un operaio così. Anzi. Certe descrizioni sono quasi irritanti.
    Per me un libro sopravvalutato del dopoguerra, soprattutto per motivi politici. Un po’ come è successo con i Promessi Sposi, romanzetto però divinizzati dai cattolici per il ruolo della Provvidenza.
    Non è un caso che fuori dall’Italia non li conosce nessuno.

Commenti

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