M – Il figlio del secolo Antonio Scurati

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M – Il figlio del secolo, di Antonio Scurati

 

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Recensione 1

La lettura è indubbiamente impegnativa, per cui consiglio a chi lavora e/o studia di cimentarsi con la lettura durante le ferie, perché, pur leggendo correntemente durante l’anno malgrado gli impegni, ho impiegato più di un mese a finirlo, accelerando durante le vacanze. Premetto che non è un romanzo ma nemmeno un libro di storia, per cui sono fuori luogo i rilievi con la penna rossa in ordine alle date sbagliate e alle presunte sviste… le date e gli avvenimenti uno deve saperli da solo, agli scrittori possono essere concesse licenze. Si tratta di un genere diverso, posto che si fa parlare i protagonisti reali di una pagina buia ma ancora molto recente del nostro Paese come se fossero i personaggi di un romanzo storico, scandito da date precise e da luoghi.

Essi e i loro misfatti prendono dunque vita, uscendo dai libri di storia, e ciò permette ai lettori di aver contezza di una circostanza fondamentale, ossia che si tratta di avvenimenti di ieri altro, non di secoli fa, come si può pensare studiando il periodo sui libri di storia, con personaggi con mentalità non molto diversa da quella di oggi.

Mussolini, una delle voci principali del romanzo, appare come un personaggio mediocre, pieno di vizi ma anche capace di una certa astuzia politica, che si traduce nel capire l’assenza di prospettive della rivoluzione socialista e sfruttare a suo vantaggio le debolezze dei suoi avversari.

L’Italia dell’epoca non è certo l’Italia di oggi, perché si tratta di un’economia basata sulla agricoltura in prevalenza e Mussolini, socialista emarginato, ha l’intelligenza di allearsi con gli agrari e con la piccola borghesia, spaventata dal biennio rosso, per bastonare i contadini che si sono organizzati in leghe socialiste e tardano a far la Rivoluzione. Accanto al punto di vista di Mussolini c’è anche quello di Matteotti, che fa da contraltare al primo, e per la prima volta esce dalla santità del martire dell’antifascismo per farsi personaggio in carne ed ossa, con suoi pensieri, idee, amori. Appare come un uomo integro, votato con tutte le sue forze alla causa dei contadini del Polesine e per questo costretto da un certo punto in avanti a vagare esule, spesso lontano dalla moglie. Grazie al suo punto di vista capiamo la totale imbecillità del partito socialista, stretto tra massimalisti e riformisti, che non sanno far altro che scindersi e indebolirsi ( ricordano il Pd).

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Non basta: ci sono altre voci, quelle di altri fascisti, amici di Mussolini e anche della sua amante, Margherita Sarfatti, dama elegante, che lo “sgrezza” e ne è musa politica.

Dopo descrizioni lunghe degli scontri nelle campagne, si arriva alla descrizione della marcia su Roma, che forse è la parte più interessante: ragazzi senza munizioni, senza alcuna possibilità di rispondere al fuoco dell’esercito, che tuttavia il Re decide di non far intervenire. A questo punto avviene la presa di potere e le voci del romanzo si riducono a due, Mussolini, oltre Matteotti, e il popolo che lo acclama. Mussolini cerca di imbrigliare i suoi squadristi in bande legalizzate e con una serie di mosse abili lusinga e poi liquida i tronfi rappresentanti dei partiti liberali e nazionalisti, inglobandoli in una lista unica, mentre quello socialista si liquida da solo, presentandosi disunito alle elezioni o sperando di accordarsi direttamente con Mussolini.

Matteotti diventa il severo censore del fascismo, che lo attacca sul bilancio e sulla corruzione, posto che i fascisti prendono tangenti come per il petrolio, inviso dai suoi stessi compagni di partito, e poi quasi uno spettro come Banquo, che inquieta Mussolini.

Il popolo è una creatura che Mussolini disprezza, pur offrendogli costantemente il suo corpo e amando le acclamazioni, perché è imbelle, incostante e indifferente di fronte al crollo delle istituzioni liberali, smanioso di pace, di parole ad effetto e di azioni piccole, non contrario alle brutalità purché interessi altri, non tocchi i loro interessi a cose fatte e se ne sia informati a cose fatte, con un opaco senso di giustizia anche per la vicenda Matteotti, per la cui sparizione si indigna ma senza organizzare azioni concrete di protesta, come l’opposizione socialista, che si limitano all’inutile Aventino.

Il libro, molto curato nello stile ma scorrevole, certo è inquietante per molti aspetti, oltre che illuminante sull’epoca, e può certo essere preso come riferimento per l’attualità sotto l’aspetto della incapacità della democrazia di difendere se stessa da movimenti di rottura e sotto quello della indifferenza del popolo. Lo consiglio a tutti quelli che conoscono quel periodo solo da vecchi cinegiornali in bianco o nero o libri di scuola.

Recensione di Eleonora Benassi

 

Recensione 2

Sosteneva il grande poeta americano Ezra Pound (1875-1972) che soltanto la buona letteratura sa regalarci notizie capaci di rimanere attuali per sempre.

Solo fra le pagine di un buon libro, possiamo leggere cose che non diventano mai “di ieri”, conservando invece tutta la propria freschezza e una pregnanza di significati perpetuamente odierna.

Lo straordinario romanzo storico “M – Il figlio del secolo”, di Antonio Scurati, sembra davvero aver preso alla lettera le parole di Pound, facendone una sorta di obiettivo programmatico di fondo delle proprie modalità narrative.

 

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La “M” del titolo sta naturalmente per Mussolini Benito e non si tratta di una semplice biografia romanzata del duce del fascismo. È piuttosto la biografia di un’epoca, vista attraverso l’ingombrante “lente d’ingrandimento drammatico” della vicenda umana e politica di Mussolini (il volume prende in esame gli anni di “incubazione” sociale e politica del fenomeno fascista, dal 1919 al 1924).

Il “problema”, con gli avvenimenti importanti che segnano il passo al cammino dell’umanità, sta perlopiù in una duplice difettosità.

Dapprima, gli eventi ci scorrono davanti in rassegna come elementi di cronaca un po’ indecifrabili e durevoli lo spazio di qualche settimana al massimo.

In seguito, dopo parecchio tempo, noi (o chi per noi) li ritroviamo “impaludati”, “addobbati a festa”, cristallizzati e spesso devitalizzati, fra le pagine di un libro scolastico di storia.

 

La storia, per chi la sta vivendo, è difficilmente leggibile con chiarezza.

Mentre la distanza del tempo accumulato sopra i fatti, rischia talvolta di incasellarli in una visione stereotipata e svuotata dell’immediatezza originaria, della “presa diretta umana” di cui erano carichi nel loro accadere.

L’operazione di Scurati risiede nel tentativo (a mio avviso ben riuscito) di riportare i fatti alla “flagranza del momento” in cui si verificarono.

Questo viene fatto ovviamente nel pieno privilegio della finzione romanzesca: stipulando un patto di complicità con lo scrittore, leggendo, quasi ci auto-invitiamo a far finta di non sapere come andarono poi gli eventi nel loro effettivo svolgimento storico.

Allo stesso tempo però, lo sappiamo.

Per cui alla fine, ci gustiamo sia lo stupore di un’immediatezza cronachistica rispolverata, sia la consapevole di una panoramica temporale di ampio respiro, che pur possediamo.

 

La storia, calata di nuovo nella sua dimensione di dubbio, e nello stesso tempo già ben pregna di un ampio sottofondo di “senno di poi”, risulta in questo modo rivitalizzata da un nuovo vento di passione conoscitiva.

In questo modo, numerosi personaggi a tutti ben familiari (oltre a Mussolini stesso, compaiono D’Annunzio, Marinetti, Giacomo Matteotti, Filippo Turati, Giolitti, e così via) vengono “estratti” dallo stato di fantasmi storici in cui la memoria comune spesso li tiene relegati, e riportati ad essere protagonisti vitali di un racconto tragico, denso di energia narrante, appassionato nel contempo e “super partes” (per quanto possibile).

Va aggiunta una nota dolente. Il libro di Scurati ha subito anche molte critiche, perché da alcuni studiosi sono stati rilevati nel testo non pochi errori e imprecisioni riguardanti date e altri dettagli storici.

Personalmente, mi è spiaciuto molto per questo “infortunio”.

 

Proprio quello, ho provato: il dispiacere che ti coglie quando sai di un amico che stava creando un qualcosa di così bello, da non riuscire a controllare tutti i particolari, tanto la bellezza lo teneva impegnato e lo rapiva completamente nei momenti del proprio lavoro.

Questa non è una scusante. La gravità delle imprecisioni, per un libro che ha fatto della fedeltà alle fonti una delle sue motivazioni primarie, rimane.

Ma a me rimarrà, ancor prima, il ricordo di una gran bella lettura, che mi ha aperto una nuova prospettiva su un possibile modo alternativo, più vivo e partecipato, di guardare alla storia.

Recensione di Angelo Gil Balocchi

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