LO SCAFFALE DEGLI ULTIMI RESPIRI Aglaja Veteranyi

LO SCAFFALE DEGLI ULTIMI RESPIRI, di Aglaja Veteranyi (Keller)

 

Quando l’ultimo respiro di un uomo arriva a Dio, in quel respiro si raccoglie tutta la sua vita e quell’ultimo respiro è come un libro in cui Dio legge la vita di ogni uomo. “La biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri”.

Per l’autrice, anonima voce narrante del breve romanzo, la morte dell’amata zia in un ospedale svizzero è l’occasione per ripercorrere la sua vita da girovaga, tra circensi ed emigrati. Una vita dominata dall’assenza di una lingua madre, dal non sentirsi mai a casa, dal non avere una radice cui ricondursi, da custodire e raccontare. La non appartenenza ad un popolo che la fanno sentire più ‘divisa’ che ‘composta’ da tutti quei mondi che ha attraversato: “Concepita a Cracovia, partorita a Bucarest. Le mani di una levatrice nata in Germania … le adenoidi rimosse a Madrid … l’appendice rimaste in Cecoslovacchia”.

Una scrittura ricercata tra prosa e poesia, fatta forse più per l’ascolto che per la lettura. Poche parole per riga. Frasi asciutte ed efficaci. Da outsider, una letteratura fuori dai contesti canonici. La sua è una lingua vivissima frutto delle culture che ha attraversato ma alla quale lei stessa risponde con il silenzio dei suoi pensieri “impacchettati nel tacere” della non appartenenza, fatta eccezione per i ricordi dei rituali rumeni non privi di riferimenti alla finta democratizzazione di Chausesko.

Lei, analfabeta fino ai 15 anni che da autodidatta impara a leggere e scrivere in tedesco quando finalmente arriva in Svizzera, sgrana frammenti di esistenza vissuti più come riti collettivi che come fatti individuali. Dalla narrazione traspare la sofferenza per affrontare i ciclici cambiamenti e adattamenti; quelli che la privano di una sua personalità, “una donna cui crescono addosso le lingue straniere” e la cui identità è data di volta in volta dalla qualifica scritta su un contratto: “ballerina”.

Il senso di disagio e di morte (fors’anche della sua) percorre l’intera narrazione “io mi suicidavo ogni giorno”, nelle forme più strane, cambiavo colore dei capelli ogni volta che cambiavamo città.

La giovane autrice consegnò “il suo ultimo respiro a Dio”, suicida nel 2022 prima dell’uscita di questo romanzo, abbandonandosi nelle acque del lago di Zurigo.

In certe stanze della vita ci si torna solo con la pelle perché “io e la paura non ci stavamo” e le frasi alla fine diventano solo lettere.

Recensione di Nunzia Cappucci

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