Libri a Confronto: Acque morte – Il velo dipinto – Il filo del rasoio – La luna e sei soldi –  William Somerset Maugham

Libri a confronto: Acque morte – Il velo dipinto – Il filo del rasoio – La luna e sei soldi, di  William Somerset Maugham Adelphi)

 

Il post di quel lettore, che si domanda perché su Maugham si vedano raramente interventi, mi è rimasto addosso perché è un’osservazione limpida: nei gruppi Maugham passa poco. Eppure, quando lo riprendo con la memoria, mi accorgo che la sua impronta resta immediata. Forse anche perché, nei tempi, qui ho già scritto di Il velo dipinto, Il filo del rasoio, La luna e sei soldi: titoli lontani tra loro, che però mi riportano sempre alla stessa zona di attrito tra quello che desideriamo e quello che siamo disposti a raccontare di noi.

In Acque morte l’avvio è già una dichiarazione di metodo. Siamo in un porto dell’Estremo Oriente, in quell’aria umida e sospesa da frontiera dove la gente arriva per affari, per caso, per fuga. Maugham mette insieme un piccolo gruppo di figure che non si conoscono ancora nel profondo e che però, fin dalle prime pagine, portano addosso un passato ingombrante, una reputazione da difendere o da rifare, una tensione che non viene detta. La storia prende forma così: non con effetti, ma con una prossimità forzata, con l’impressione che basti poco perché qualcosa ceda.

Acque morte usa l’altrove marittimo non come cartolina, ma come dispositivo. Spostare la scena lontano serve a togliere protezioni: il ruolo sociale, il nome, le frasi di circostanza, la rete di sguardi che ci tiene in riga. In un posto di passaggio ci sembra che sia più semplice ricominciare: cambiare giro, dire meno, riscrivere il passato, mettere distanza tra noi e le conseguenze di ciò che abbiamo fatto. Il “prezzo”, lì, pare meno visibile perché mancano i testimoni abituali, manca la memoria comunitaria che, a casa, registra e restituisce. Maugham però è molto chiaro su un punto: quel prezzo non svanisce, cambia soltanto luogo. Da sociale diventa interiore, affettivo, morale. E prima o poi riaffiora, non come punizione teatrale, ma come attrito nei rapporti, come scelta che si restringe, come gesto che tradisce la storia che ci raccontiamo.

Se devo dire che cosa rende unico Maugham, per me è lo sguardo. Ha una lucidità composta, capace di tenere insieme distanza e partecipazione senza mai alzare la voce. Mi interessa il modo in cui osserva le persone mentre costruiscono una versione presentabile di sé e poi la difendono con ostinazione, anche quando la vita la smentisce. Non ci chiede di parteggiare in modo facile: ci mette davanti alla zona grigia, dove ambizione e paura, generosità ed egoismo, desiderio e decoro convivono nello stesso gesto.

Il filo conduttore tra i suoi romanzi, quello che io ritrovo ogni volta, è un triangolo che ritorna con variazioni: desiderio, rispettabilità, prezzo. In Il velo dipinto la rispettabilità è una struttura domestica che scricchiola; in La luna e sei soldi è l’idea dell’arte come assoluto che divora; nel Filo del rasoio è la scelta di una vita che non chieda permessi. In Acque morte questo triangolo si sposta in un ambiente dove l’idea di fuga sembra più praticabile, e proprio per questo Maugham può mostrarci con maggiore nettezza quanto la fuga sia spesso un altro nome della stessa resa dei conti.

E allora torno alla domanda del lettore: perché se ne parla così poco? Io credo che Maugham paghi due equivoci. Il primo è l’etichetta dell’autore “di mestiere”, limpido e scorrevole, come se la chiarezza fosse un indice di minor profondità. Il secondo è che non è un nome da bandiera: è un autore da esperienza, e l’esperienza che propone non dà slogan. Ci chiede una lettura adulta, dove non ci sono assoluzioni facili e nemmeno condanne teatrali. Forse, nel flusso dei social, questo tipo di verità si condivide meno: resta più in silenzio, lavora dopo.

Ripensando ad Acque morte oggi, a distanza di anni dalla prima volta, mi resta una sensazione molto maughamiana: la sua specialità è mostrarci quanto tempo spendiamo a mettere in scena noi stessi e quanto ci costa difendere la scenografia. E mi resta anche una domanda che lui sa lasciare sul tavolo senza effetti: quanta parte della nostra vita è dedicata a proteggere l’immagine che abbiamo di noi, e quanta a vivere senza trucco, accettando il prezzo che questo comporta?

 

Di Karin Zaghi

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