L’ARTE DEL MACELLO Lindsey Fitzharris

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L’ARTE DEL MACELLO, di Lindsey Fitzharris

“Se l’amore per la chirurgia è la dimostrazione di quanto una persona sia adatta a praticarla, allora di sicuro io sono adatto a fare il chirurgo: perché avreste difficoltà a capire quanto piacere traggo, giorno per giorno, da questa branca sanguinosa, e degna di un macellaio, dell’ arte della guarigione. ”

 

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L’immagine di copertina di questo bel saggio è tratta da un quadro di Thomas Eakins del 1875, intitolato” La Clinica Gross”, e mostra, in maniera a dire il vero abbastanza edulcorata come si svolgevano gli interventi chirurgici nel XIX secolo. La realtà era molto più cruenta: essere ricoverati in ospedale in epoca vittoriana equivaleva a rischiare la vita, e finire sotto i ferri significava andare incontro a morte quasi certa, o per lo shock durante l’intervento (fino a metà ‘800 tra l’ altro si interveniva senza anestesia), o per le inevitabili infezioni che sopraggiungevano nel post-operatorio.

 

 

Non si conosceva nulla dei germi, ai chirurghi veniva richiesta destrezza e velocità d’esecuzione, e questi passavano, con destrezza e velocità, dalla dissezione di un cadavere all’intervento su un paziente vivo senza lavare le mani, né gli strumenti, tenendo a volte il bisturi tra i denti… Gli ospedali inglesi in epoca vittoriana erano chiamati “case della morte”, ma il gran numero di decessi era attribuito ai miasmi insalubri di questi edifici vetusti e sporchi.

È con questa realtà raccapricciante che viene a contatto durante il suo tirocinio Joseph Lister, un giovane chirurgo londinese, quacchero, balbuziente, ansioso e tendente alla depressione, intelligentissimo e caparbio, che intuisce che deve esserci un’altra causa alla base delle infezioni post-operatorie.

 

 

In un’epoca in cui la conoscenza scientifica e la pratica della medicina erano totalmente disgiunte, Lister inizia a fare ricerche sui tessuti con il microscopio, e avvalendosi dei risultati degli esperimenti di Pasteur, capisce il rapporto tra sporcizia, germi e ferite, giungendo alla conclusione che se si fossero uccisi i germi durante l’operazione e gli si fosse impedito successivamente di avere accesso alla ferita, non si sarebbe avuta infezione.

Iniziò così a sperimentare vari tipi di disinfettanti, arrivando infine all’acido fenico, con il quale creò` un suo preciso protocollo antisepsi – che sperimentò nell’ospedale di Edimburgo in cui nel frattempo era diventato chirurgo, nonché professore universitario amatissimo dai suoi studenti, i Listeriani – che diede risultati molto positivi.

 

 

Come tutti gli innovatori, Lister non ebbe vita facile: si trovò contro tutto il Gotha della chirurgia britannica e non solo, miope e attaccato alle vecchie convinzioni ; non si diede mai per vinto, e i risultati gli diedero ragione, tanto che il suo protocollo iniziò ad essere adottato in sempre più ospedali, anche oltreoceano, venne nominato chirurgo personale della regina Vittoria e Pari del Regno, onori ricevuti con la stessa umiltà con la quale ogni sera, fino alla fine della sua vita, si chinava sul microscopio e indagava la natura delle suppurazioni.

Una curiosità: il famoso collutorio Listerine, che venne usato come antisettico orale per la prima volta nel 1895, venne chiamato così proprio in onore di Lister, perché conteneva acido fenico.

Recensione di Azzurra Carletti

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