L’ARMINUTA Donatella Di Pietrantonio

L'Arminuta Donatella Di Pietrantonio Recensione UnLibro

L’ARMINUTA, di Donatella Di Pietrantonio

Recensione 1

Nessun uomo o donna improvvisi Mida a interrogare Sileno senza essere preparato a sentirsi rispondere cose che cerca nella sua vita di non udire, per ricerca di serenità, di svago, spensieratezza, superficialità, hobby: meglio per lui non essere nato.

Finalmente una autrice che con la narrativa ci consegna un libro del presente che fa parlare, da parola a psiche. Non parla di lei come si fa nelle forme del nostro quotidiano, quelle che munite di logica non riescono ad abitarci mai per consentirci di frequentare le vere forme del sacro se non mediante insignificanti rituali, come si fa con una vita sacrificata al lavoro per i danari.

L'arminuta Donatella Di Pietrantonio Recensione UnLibro

Dare parola a psiche, da almeno 1500 anni vuole dire parlare del dolore e trovare il colloquio tra ciò che di esso dice intorno alla tragedia Edipo ed Antigone con noi oggi e, poi, di ciò che dice di riflessioni sul conoscere noi stessi anche grazie a quella parte di psiche che non è logos ma amore e anima, Fedone e Convitto, Platone.

Avventurarsi nel percorso del dolore, facendone oggi conoscenza nel passaggio all’adolescenza, così grecamente come poteva fare nel quinto secolo aC. Sofocle, è un’esperienza che l’Arminuta fa per noi. E il lettore si chiede perché proprio lei, una bambina e perché deve seguirla mentre con voce adulta gli narra. Insomma è una lettura che chiama a raccolta la nostra empatia per conversare sinceramente con essa mentre ci chiediamo leggendo, da subito, fin dalla prima pagina, di una storia di quarant’anni fa: ma… cosa sta succedendo?

Non tema chi si accinge a leggerlo: non dell’orrore che leggiamo sui giornali racconta l’Arminuta ma della tragedia che soggiorna nella notte allorché essa anziché starsene lì, si distenda sulla nostra vita interiore diurna aprendosi ad amore e follia, alla promiscuità di usi e valori diversi da come, a cominciare dal linguaggio, ciascuno di noi li conosce, perché insegnatici da parte dei genitori, che ora ci trattano invece da intrusi, che ci spingono all’improvviso da parte, spodestandoci dalla abitudine principale di casa ed ethos che custodivamo perdendo possesso di tutto.

Il dolore va insegnato a cominciare da bambini: ma già l’adulto genitore che pensa solo ad evitarlo per sé stesso, e il genitore egoista imperfetto, trovano in questo libro un companatico utile per imparare qualcosa sulla responsabilità non solo nell’età a cui la paideia è rivolta ai figli ma anche per il tempo rimasto insoluto a chiunque una volta sia stato figlio, così da avvalersene come uno strumento di metodo per l’elaborazione del proprio inconscio.

In ogni caso leggendo l’Arminuta, il lettore avrà fatto suo ‘il’ libro che aiuta ad avvertire anche cosa sia arte, poesia, narrazione, invenzione ed a quale mondo di parole definitive appartenga quella espressione impulsiva o impudica che troppo spesso ricorre e con cui si (passivamente) dice. ….. Io ho letto un libro. Così da non impiegarla più a casaccio.

Recensione di Alessandro Orefice

Recensione 2

Premio Campiello 2017, l’Arminuta è il racconto di un’adolescenza negata, un ritorno alle origini dell’esistenza. «A 13 anni non conoscevo più l’altra mia madre. […] Ho guardato un ragno dimenarsi nel vuoto, appeso all’estremità del suo filo.» (p.3)

Il lettore è subito travolto e incantato da questa ragazzina, appesa al suo esile filo del destino che all’improvviso le toglie tutto. Da una vita agiata con una casa comoda, un padre e una madre soltanto per lei, eccola ritornata (come dice il titolo in dialetto abruzzese: arminuta) nella sua casa di nascita dove comincia per lei una nuova vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e pochissimo da mangiare.

 

Fra i nuovi coinquilini, spicca Adriana, che condivide il letto con lei. E anche Vincenzo, che la fa sentire grande, come se fosse già una donna. E c’è la sua vera madre. Una donna che nemmeno si alza per venirle incontro, indaffarata com’è con l’ultimo figlio appena nato.

Donatella Di Pietrantonio descrive un Abruzzo ruvido e ostile che non regala niente a nessuno, soprattutto alle donne, che spesso per sopravvivere sono costrette a “vendere” un figlio a un parente o conoscente senza prole e desideroso di allevarne.

Nella maternità, nuda e cruda, non più sublimata, si consuma il dilemma di chi non ha gli strumenti per concedersi il lusso delle emozioni. La povertà e l’ignoranza sono crudeli e spietate in quegli anni e in quelle terre. Conosciamo la vera madre, povera. In quel silenzio che sembra non accogliere la figlia ritornata, cogliamo la tragedia di una vita consumata dal quotidiano. In uno spazio così opprimente non ci sono parole o sentimenti: la dura lotta per la sopravvivenza annienta ogni desiderio.

I personaggi sono tutti disegnati con autenticità e semplicità, il loro muoversi e parlare restituisce dignità e spessore a ognuno di loro, prigioniero nella propria ragnatela. Il dialetto diventa un suono armonioso e piacevole, accanto a un’altra voce presente: quella del mare che con le sue onde accoglie il bisogno di ricordare e quello di dimenticare. Lì tutto si fonde. Il mare si riprende tutto, nel bene e nel male. Ci libera da strati polverosi di pregiudizi e da apparenze che spesso offuscano il reale. Una scrittura raffinata, rispettosa, mai violenta o invasiva. “A volte basta poco e la vita cambia all’improvviso”.

Ma forse il rapporto più vero il cui odore si appiccica sulla pelle del lettore è la storia di un amore. Quello di due sorelle. Che si amano nella diversità, nell’avversità. Sin dall’inizio Adriana porge quel poco che ha. «Dopo lo scatto metallico è comparsa una bambina con le trecce allentate, vecchie di qualche giorno. Era mia sorella, ma non l’avevo mai vista. Ha scostato l’anta per farmi entrare, tenendomi gli occhi pungenti. Ci somigliavamo allora, più che da adulte.» (p.3).

Il finale, non poteva non finire in mare, le due sorelle insieme: «Ci siamo fermate una di fronte all’altra, così sole e vicine, io immersa fino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate.» (p.163)

I consigli del Caffè Letterario Le Murate Firenze, di Sylvia Zanotto

 

Titolo presente anche nella nostra Rassegna mensile dei libri più letti e commentati a Dicembre 2017

Commenta per primo

Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.