IL MIGLIO VERDE DI Stephen King

IL MIGLIO VERDE DI, di Stephen King

Recensione 1

Romanzo pubblicato a puntate nel 1996 e poi ripubblicato in unico volume 1998, è forse il miglior romanzo di King in cui convivono sentimenti umani e situazioni estreme, la malvagità, la crudeltà, la forza della pietà, ma soprattutto c’è il faccia a faccia con la morte! Insomma questo romanzo sembra una metafora della vita e della morte che ciascuno, colpevole o innocente, consapevole o meno, è costretto ad affrontare da solo! Il miglio verde deve il suo titolo al lungo corridoio pavimentato di verde che percorreva il Blocco E portando i condannati all’abbraccio con la sedie elettrica.

IL MIGLIO VERDE DI Stephen King Recensioni Libri e News

Il racconto è ambientato nel penitenziario di Cold Mountain nel 1932, la voce narrante è Poal, il soprintendente del blocco, che ormai vecchio, molti anni dopo i fatti, ricostruisce la storia di cui è stato testimone assieme ai suoi compagni.

L’originalità del libro non sta tanto nella trama, quanto nell’abilità dell’autore dare credibilità al suo racconto, ai secondini che quotidianamente, in modo spesso rituale vivono quasi da detenuti assieme ai detenuti, ne condividono, gioco forza, la prigionia, la rabbia, il dolore, la crudeltà e assistono alla loro sofferenza.

 

 

Gli uomini rinchiusi hanno commesso crimini orribili, di indicibile violenza eppure l’autore riesce a far percepire al lettore la loro paura e fa trasparire quel granello di umanità che li separa dalla bestia che è in loro, rivelando la loro fragile umanità.

Minuziosa e maniacale è la descrizione dell’esecuzione del condannato, in cui ciascuno ha un suo compito, ciascuno compie il suo gesto come in una cerimonia che non può non far inorridire il lettore ignaro, davanti alla paura di un altro essere umano che viene fatto arrosto!

 

 

L’arrivo nel Blocco E di John Coffey, un gigantesco uomo di colore, accusato di un delitto efferato: l’uccisione di due bambine, è il centro del racconto. La sua condanna non convince il soprintendente che avverte, in quell’uomo gigantesco, terribile, silenzioso, timido , che ha paura del buio, qualcosa di magico, che va oltre la ragione, capisce che c’è qualcosa di speciale, di unico in lui. Indaga e scopre che le accuse a suo carico, sono state sbrigative e forzate, probabilmente in quanto nero, dall’espetto inquietante, incapace di difendersi e di spiegarsi, costituiva il colpevole perfetto ed eccolo finito nel Blocco E e destinato alla sedie elettrica, soluzione a cui lui è silenziosamente rassegnato per porre fine a una vita infelice che lo obbliga a percepire il male del mondo su di sé.

Recensione di Patrizia Franchina

 

Recensione 2

Non lo avevo mai fatto : leggere un libro dopo aver visto un film. E’ un confronto banale, sono due mezzi di comunicazione diversi.

Ma dopo aver visto per l’ennesima volta – il miglio verde – ho scaricato il libro di Stephen King, ispiratore di tale film.
Ebbene, il libro è altrettanto bello.

Di questa storia ormai si è detto di tutto, che forse il personaggio di John Coffey e’ un novello Messia, che aguzzini e delinquenti sono talvolta intercambiabili, che c’è un parallelismo tra la casa di riposo dove ormai vive Paul e il penitenziario : in tutti e due i casi
si aspetta la propria ora.
Tutto vero, ma tutto discutibile.

 

 

Però io non riesco a relegare nel genere horror,
al quale King appartiene per definizione, questa sua opera.
Lo vedo invece come una potente condanna alla ” old sparky”.
Mi spiego meglio, se si chiede a qualcuno:
“E’ ragionevole condannare alla sedia elettrica
chi ha usato violenza e ucciso un bambino?”
La risposta istintiva è probabilmente un sì.

 

 

Ma se il problema viene presentato in modo più articolato e diventa :
Nel penitenziario di Could Mountain ad un gruppo di guardie carcerarie guidate dall’ottimo
PAUL Edgecombe lo Stato ha conferito il compito di seguire correttamente questa procedura :
prelevare il condannato di turno,
fargli percorrere il miglio verde, arrivare di fronte alla “vecchia scintillante”e al pubblico che assiste avidamente, legarlo alla sedia, mettergli il cappuccio, la spugna sulla testa buona conduttrice elettrica, azionare la corrente, chiedersi abbiamo eseguito bene il rituale?

Da una parte la ragionata freddezza del personale, dall’altra il terrore negli occhi e nei gesti, qualunque sia la ragione che ha portato lì
il condannato di turno.

A questo punto le certezze cominciano a vacillare.
King, non sei male.

Recensione di Ornella Panaro

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