IL GIOCATORE Fëdor Dostoevskij

IL GIOCATORE, di Fëdor Dostoevskij

Non ho mai giocato d’azzardo. Non per una questione di principio, ma semplicemente perché la cosa non mi attira. L’unica scaramanzia che mi concedo è il biglietto della lotteria di fine anno. Uno soltanto. Perché se la dea bendata decide di sbattermi contro, uno può bastare.

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Sono talmente indifferente al gioco, che, pur avendo avuto la possibilità di visitare Las Vegas più di una volta, non ho mai avuto la tentazione di appendermi alla leva di una slot machine. Eppure, leggendo questo libro (in verità, rileggendo), quasi quasi mi prendeva la frenesia di tentare un giro alla roulette.

Dostoevskij descrive magistralmente lo stato di ebrezza che travolge il giocatore nella ricerca suicida del colpo di fortuna. Che sia guidato da un istinto senza fondamento o da un calcolo statistico poco probabile, resta seduto al tavolo, incatenato dalla ineluttabile certezza che, a dispetto di qualsiasi somma già persa, la fortuna tornerà a girare. Così, nell’alternarsi degli esiti delle puntate, inebriato dalla vittoria o aggrappato alla convinzione di potersi rifare di qualsiasi perdita, non riesce a fermarsi e resta soggiogato dall’illusione di poter governare il caso.

Il gioco è protagonista della storia e intorno ad esso si snodano le vicende dei personaggi. Potrebbe essere una storia drammatica, se il modo in cui persone e i fatti sono raccontati non fosse estremamente ironico, e a tratti spassoso.

La scelta del soggetto è chiaramente autobiografica. Il libro fu scritto in appena 26 giorni, proprio per ripagare debiti di gioco. Dostoevskij, infatti, era un malato del gioco e l’ultima moglie raccontava nei suoi diari proprio della sua “passione profonda, capace di paralizzare tutti i centri della volontà”. Ma chi per questo si aspettasse di leggere un tentativo dell’autore di scagionare il vizio del gioco ne rimarrebbe deluso. Piuttosto aiuta a comprendere il meccanismo perverso che scatta nella mente di chi ne è ipnotizzato, tanto che a un certo punto ho quasi avuto voglia di sperimentare anch’io quella sensazione di ebrezza. Sì, io avrei potuto essere la baboulinka! E dovrete leggere il libro per capire cosa intendo, se non lo avete già fatto…

Recensione di Claudia Amoresano

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