I FILI DELLA VITA Clare Hunter

i fili della vita recensioni libri e news

I FILI DELLA VITA, di Clare Hunter

Un gruppo di donne si riuniscono ed insieme cuciono una trapunta, scambiandosi, fra un punto e l’altro, ricordi, sfoghi, riflessioni. Questa scena, tratta dal film “How to Make an American Quilt” che vidi molti anni fa, riconsegna, a mio avviso, il significato pieno del termine “condivisione” e mi è stata subito evocata nel leggere questo saggio, perché l’autrice, in tutta la sua vita, non ha fatto che questo: utilizzare le tecniche di cucito, che fossero ricamo, quilting o patchwork, per connettere le persone, a sé stesse e agli altri, perché il cucire questo fa, appunto, unisce.

 

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Il libro, che condensa storie ed esperienze personali a ricerche storiche, vuole dare un’immagine diversa di tali lavori ad ago, si prefigge di combattere un pregiudizio, di sconfiggere uno stereotipo, quello del cucito come di “roba da donna”.

Sottolinea l’importanza dell’invenzione della corda, da cui deriva il filo e di qui i filati, per l’evoluzione dell’uomo, evidenzia la parità di genere fra ricamatori e ricamatrici nel Medioevo, la successiva volontà, nei secoli successivi, di relegare tale arte all’ambito domestico, dilettantistico, femminile, privandola di riconoscimento e valore economico.

 

 

Suddiviso per tematiche, il libro ci fa scorrere come una spoletta sul telaio, avanti e indietro nel tempo, tessendo una trama di personaggi femminili e maschili e soprattutto dei loro magnifici manufatti tessili, dal celebre “Arazzo di Bayeux”, che arazzo non era, alle performance delle artiste femministe degli anni ’70, tutte anticipazioni di quella che ora definiamo Textil Art, arte tessile, una branca-nemmeno poi così tanto marginale- dell’arte. Il suo obbiettivo è raccontare come con un fazzoletto, con una coperta, con un quadretto ricamato migliaia di individui, uomini e donne, anziani o giovani, ai 4 angoli della terra, abbiano voluto lasciare una traccia della propria presenza, abbiano voluto denunciare una sofferenza, o aggrapparsi ad un luogo, ad un ricordo, elaborare una propria autobiografia, sempre con una doppia valenza, individuale e sociale, con un risvolto emozionale, ma anche politico.

 

 

Dalle regine inglesi medievali che ricamavano e stringevano alleanze ricorrendo ad emblemi e stemmi, alle artiste del ‘700 che riproducevano quadri non con il pennello ma con l’ago da ricamo e le sete più preziose, dai reduci invalidi della Prima Guerra Mondiale, i cosiddetti “scemi di guerra”, riabilitatisi nel ricamar cuscini e paliotti religiosi, alle suffragette i cui stendardi ricamati minuziosamente, diventarono strumenti di lotta politica e di affermazione del saper fare femminile.

Sono storie, quelle che racconta Clare Hunter, spesso drammatiche, tristi, commoventi : storie di donne palestinesi profughe che nei campo si riallacciano ai luoghi perduti ricamando motivi tradizionali, o vite spese nei manicomi dove, cucire con brandelli di tessuto rimediati qua e là, può fare la differenza e darti una voce che altrimenti ti è negata.

 

 

Storie di reclusione, di violenza, di fragilità mentali, di guerra, di abbandoni, di dittature, di separazioni forzate e dolorose, tutte affrontate silenziosamente, insieme o da soli, in una cella o un campo di detenzione, tenendo in una mano un pezzo di tessuto e nell’altra ago e filo, per riappropriarsi di sé, delle proprie radici, di un’identità strappata.

Un’ attività pertanto, non solo decorativa e futile, ma intrisa di significati profondi, di lacrime e sangue, narrati, come fossero favole non sempre a lieto fine, con figurine ed animali, fiori e case, nomi e parole. Spesso codici segreti da tramandare di madre in figlia, conversazioni intime tra donne e donne, messaggi apparentemente innocui ma essenziali e vitali in caso di censura, informazioni utili o testimonianze di esperienze e drammi vissuti . Un mondo fatto di donne, ma anche di tanti uomini, abilissimi ricamatori nel passato come nel presente, e il progetto inglese “Fine Cell Work” ne è lampante dimostrazione. Ricami protettivi, ricami familiari, da portare con sé dalla nascita alla morte e nell’aldilà, ponte di comunicazione fra le generazioni, di legame con gli antenati, tessuti che avvolgono con calore e morbidezza le esistenze di tutti noi, in un filo che connette l’ambito familiare a quello sociale, al di là di culture, tempi, luoghi profondamente diversi.

 

 

Emergono, leggendo, ricordi miei personali legati al mondo tessile, e sono tanti, per via di quella sensibilità verso il filo e i suoi usi che ho avuto sin da bambina, imparaticci, rocchetti di fili, manuali e strumenti della prozia materna donna dalle mani d’oro, nonché insegnante di economia domestica, parti di corredo ricamati della nonna siciliana, tuniche maya ricamate a tinte forti portate avvolte nello zaino in un viaggio avventuroso, i mandala ricamati di un’anziana artista brasiliana, il rosso dei ricami del Medio Oriente o di quello slavo delle infinite terre russe, e poi libri, letture, manufatti raccolti o trovati per caso, un camicione da notte fatto a mano che ancora indosso, le maglie che mi sono fatta e che ho regalato.

Un fare basilare, da considerare con occhi differenti, perché fili e colori da sempre, conservano lo spirito di chi li ha usati, maneggiati, scelti.

Recensione di Anna Caramagno

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