GLI INTRAMONTABILI: Il nome della rosa, di Umberto Eco (La nave di Teseo)
La misura: INTERPRETAZIONE
La verità diventa pericolosa quando qualcuno pretende di possederla interamente. Il nome della rosa nasce dentro questa tensione e la sviluppa attraverso un’indagine medievale che procede fra indizi, libri, dispute teologiche e segni continuamente esposti all’errore. Lo considero uno dei capolavori del secondo Novecento, perché pochi romanzi hanno saputo unire con altrettanta forza il piacere del racconto, la complessità del pensiero e una costruzione formale nella quale ogni elemento concorre a produrre significato.
Quando il libro uscì nel 1980, Umberto Eco era già un semiologo, un filosofo e uno studioso del Medioevo di fama internazionale. Il suo esordio narrativo avrebbe potuto trasformarsi in un esercizio erudito destinato a pochi lettori. Accadde l’opposto: Il nome della rosa vinse il Premio Strega nel 1981, attraversò lingue e paesi e mostrò che un romanzo densissimo poteva raggiungere un pubblico vastissimo senza rinunciare alla propria complessità. La sua importanza nella letteratura contemporanea nasce anche da questo incontro, allora sorprendente, fra cultura alta e forme narrative popolari.
Nel novembre del 1327, il giovane novizio Adso da Melk accompagna Guglielmo da Baskerville in un’abbazia benedettina dell’Italia settentrionale. Una morte inspiegabile apre un’indagine destinata a misurarsi con altri delitti, mentre nell’abbazia si prepara un confronto politico e religioso sulla povertà della Chiesa. È quanto basta sapere prima di entrare in un libro che assume la forma del giallo storico e, pagina dopo pagina, ne amplia radicalmente i confini.
Guglielmo osserva, formula ipotesi, collega tracce secondo un metodo che richiama insieme Sherlock Holmes e il pensiero scientifico. Eco, però, non celebra una ragione infallibile. Ogni segno può condurre verso una spiegazione e insieme alimentare un abbaglio; ogni ricostruzione dipende dallo sguardo di chi interpreta. L’indagine poliziesca diventa così un’esperienza conoscitiva: cercare la verità richiede intelligenza, dubbio e disponibilità a correggersi.
A raccontare è Adso ormai anziano, che affida alla memoria gli avvenimenti della propria giovinezza. Questa distanza temporale introduce fin dall’inizio una crepa nel racconto: ciò che leggiamo è già ricordo, selezione, interpretazione. Anche l’espediente del manoscritto ritrovato moltiplica i passaggi fra esperienza e parola, fra realtà e riscrittura. Eco costruisce un libro fatto di altri libri, fitto di richiami, citazioni e allusioni, in dialogo con la tradizione medievale, con il romanzo storico, con il giallo e con Borges.
La struttura segue sette giornate scandite dalle ore canoniche. Dentro questa architettura rigorosa convivono il ritmo dell’inchiesta e le pause dedicate alla teologia, alla filosofia, alla politica ecclesiastica. Le prime pagine chiedono attenzione e una certa pazienza; superata quella soglia, l’abbazia acquista una consistenza quasi fisica e il lettore comincia a orientarsi nei suoi corridoi, nei suoi conflitti e nei suoi silenzi. La lingua alterna tensione narrativa, descrizioni visionarie, ironia, latino e ragionamento filosofico. La densità non è un ornamento: ci fa sperimentare la fatica e il desiderio della conoscenza.
Al centro si impone la biblioteca, labirinto concreto e figura di ogni sapere. I libri custodiscono la memoria, aprono possibilità, mettono in discussione l’autorità; proprio per questo suscitano paura in chi fonda il proprio potere sull’obbedienza. Anche il riso assume un significato politico e spirituale: incrina la solennità, ridimensiona gli idoli, sottrae la verità alla presa di chi vorrebbe renderla immobile.
È qui che riconosco la misura del capolavoro. Eco non si limita ad affiancare un’indagine appassionante e una riflessione filosofica: fa nascere l’una dall’altra. Il mistero dipende dai libri, il labirinto traduce nello spazio la difficoltà dell’interpretazione, la voce di Adso rende incerta la memoria, la forma stessa del romanzo ci obbliga a interrogarci sulla verità di ciò che leggiamo. Trama, struttura, stile e pensiero appartengono allo stesso disegno.
Il nome della rosa continua a parlare al presente, perché mostra quanto sia fragile il confine fra interpretare i segni e piegarli a una convinzione già stabilita. Eco diffida tanto del fanatismo quanto dell’idea che ogni lettura possieda il medesimo valore: la verità può sfuggirci, ma questa incertezza non ci libera dalla responsabilità di cercarla con rigore.
Un capolavoro non coincide necessariamente con un’opera priva di asperità. Il nome della rosa può risultare arduo, digressivo e talvolta compiaciuto della propria erudizione. La sua grandezza nasce dalla capacità di trasformare anche quella densità in un universo narrativo inconfondibile. È insieme romanzo storico, giallo, racconto di formazione e meditazione sul sapere e sul potere, senza essere interamente riducibile ad alcuna di queste definizioni. A più di quarant’anni dalla pubblicazione, continua ad aprire nuovi percorsi a ogni lettura: proprio questa ricchezza, sostenuta da un’architettura di eccezionale coerenza, ne fa uno dei vertici della narrativa del secondo Novecento.
Recensione di Karin Zaghi
E’ la fine dell’anno 1327, l’Imperatore del Sacro Romano Impero Ludovico il bavaro cinge d’assedio Pisa con il suo fedele cane da guerra Castruccio Castracani (lo stesso Castruccio che cinse d’assedio anche il mio paese, Signa, proprio in quel 1327) e si prepara a scendere su Roma per prenderne il controllo. Il Papa, Giovanni XXII, è ad Avignone e insiste affinché Michele da Cesena, generale dei francescani, si rechi presso di lui per chiarire una volta per tutte la spinosa questione teologica della povertà di Cristo, molto scomoda per un papato che faceva della ricchezza materiale motivo di potenza temporale, oltre che spirituale.
Dottrina quella dei francescani in odore di eresia, esattamente come quella di fraticelli, dolciniani, catari e valdesi che da decenni illuminavano con i loro roghi le piazze di mezza Europa.
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Questa è la cornice storica all’interno della quale si svolgono le vicende narrate in questo capolavoro della letteratura italiana per bocca di Adso da Melk, giovane novizio benedettino che accompagna in un’abbazia dell’Italia settentrionale Guglielmo da Baskerville, frate francescano al quale è stata affidata una delicata missione diplomatica di mediazione teologica con una delegazione di frati domenicani inviati dal Papa di Avignone.
Guglielmo, ex inquisitore e amico di Guglielmo da Occam (quello del rasoio di Occam, che non è un accessorio per l’epilazione profonda ma un geniale principio metodologico del quale tutto il mondo avrebbe urgente bisogno) e di Marsilio da Padova, si trova, incaricato dall’abate Abbone, a dover dipanare la complessa matassa di una serie di sette delitti che insanguinano l’abbazia e la straordinariamente ricca biblioteca che essa contiene.
Guglielmo affronta questo vero e proprio giallo in modo analitico, sfruttando la sua proverbiale intelligenza e la sua sconfinata cultura letteraria, destreggiandosi non solo fra trattati di medicina, erboristeria e storia della cristianità, ma anche fra libri proibiti di negromanzia scritti da infedeli.
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Sarebbe però riduttivo definire questo libro semplicemente un giallo, perché è anche una gothic novel, un saggio di storia medievale, un racconto ideologico in chiave allegorica o, assai più semplicemente, un meraviglioso romanzo che alterna sapientemente pagine dal ritmo frenetico e capitoli di vera e propria divulgazione storica, talvolta assai complessi da digerire, ma comunque sempre piacevoli da leggere anche solo per il puro gusto edonistico di porre gli occhi su una prosa elegante, ricercata e dotta.
Potrei scrivere ancora molto su questo romanzo, ma vi assicuro che ogni ulteriore parola sarebbe un affronto nei confronti della perfezione strutturale e della pura bellezza stilistica che fanno di questo libro il capolavoro assoluto di un maestro, Umberto Eco, che resterà per sempre nel cuore di chi ama la lettura.
Recensione di Dino Ballerini
Il nome della rosa Umberto Eco

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